C’è un verso inciso a fuoco in Abandon — brano d’apertura lento ma infuocato del nuovo, mastodontico secondo album degli SPRINTS, All That Is Over — che cattura l’essenza del quartetto di Dublino oggi più che mai:
“Non invecchio, divento irriconoscibile.”
Una frase che non solo spalanca il disco come un calcio alla porta, lanciandoci in un viaggio tra l’orrore del mondo esterno e la forza interiore che ci tiene a galla, ma è anche un chiaro riferimento alla parabola esplosiva della band. Dopo l’esordio folgorante nel 2024 con Letter To Self — acclamato all’unanimità dalla critica — Karla Chubb (voce e chitarra), Sam McCann (basso), Jack Callan (batteria) e il nuovo arrivato Zac Stephenson (chitarra) tornano con un secondo capitolo che li consacra: più solidi, più affilati, pienamente consapevoli.
“Siamo usciti dal 2024 come persone completamente diverse da come ci eravamo entrati,” racconta Karla.
“È stato un anno di crescita enorme, anche personale, e abbiamo lavorato molto anche nel diventare davvero uniti come band. Il primo album era pieno di insicurezze, sentivo il bisogno di dimostrare qualcosa in un’industria dominata dagli uomini, e questo mi frenava. Ora? Non me ne frega proprio più niente.”
Con Letter To Self, gli SPRINTS si sono imposti come una tripla minaccia nell’universo alternative: live band viscerale e sempre più seguita, capaci di ottenere recensioni a cinque stelle (NME, DIY e altre testate di punta), una nomination all’Irish Choice Music Prize e passaggi su BBC Radio One. Nel solo 2024, hanno girato due volte UK, Europa e Stati Uniti, chiudendo con un trionfale sold-out all’O2 Forum Kentish Town di Londra.
Ma mentre il pubblico cresceva, la band affrontava anche grandi cambiamenti interni. Al termine del tour di aprile, il chitarrista originale Colm O’Reilly ha lasciato il gruppo. Con l’estate alle porte e un calendario pieno di festival, c’erano solo due settimane per reinventarsi.
“Zac aveva già suonato con noi a The Great Escape, conosceva cinque pezzi, e ci siamo detti: meglio di niente!”, ride Karla.
“In realtà, è stato tutto molto fluido. Sembrava che l’universo cospirasse per farci incontrare.”
“Il giorno prima che Karla mi scrivesse stavo per iniziare il mio primo ‘vero’ lavoro. Ho pensato che fosse un segno,” aggiunge Zac.
All That Is Over è un album potente di per sé — un secondo capitolo che spinge le dinamiche del gruppo verso nuove profondità, nuove sfumature, ma anche nuove vette di intensità. C’è una forza speciale che nasce proprio dalla “prova del fuoco” della nuova formazione, un’energia inedita che permea ogni brano.
“Quando abbiamo iniziato a scrivere pezzi nuovi, avevamo già suonato talmente tanto insieme che la chimica che io, Karla e Sam avevamo costruito negli anni è diventata naturale anche per Zac,” spiega Jack.
Mentre molti gruppi, dopo un anno del genere, avrebbero rallentato, Karla ha invece vissuto una vera esplosione creativa.
“Stava succedendo di tutto, e scrivere era il mio modo per processarlo,” racconta.
“Avevo appena chiuso una relazione di otto anni, Colm aveva lasciato la band, noi eravamo diventati musicisti a tempo pieno, e io stavo iniziando una nuova storia. E poi… bastava guardare fuori, ed era tutto orribile. Scrivevo ogni giorno, perché ne avevo bisogno.”
È in questo paesaggio emotivo — fatto di contrasti, rabbia, desideri e vulnerabilità — che All That Is Over getta le sue carte sul tavolo. Il titolo è preso da un verso di Beg, brano punk teso e inarrestabile che invoca l’inizio di qualcosa di nuovo. Scritto durante i tour, ai soundcheck, nei momenti rubati al presente, l’album prende forma sullo sfondo di un mondo in frantumi: la guerra a Gaza, gli incendi a Los Angeles, i decreti anti-trans firmati da Trump.
Gli SPRINTS cercano di dare un senso a una società allo sbando.
“Siamo fortunati ad avere questa piccola famiglia folle e bellissima che abbiamo costruito. Ci amiamo davvero,” continua Karla.
“È una bolla creativa, libera, dove l’arte è ancora qualcosa di puro. Ma basta uscire un attimo e guardare il telefono per pensare: ‘Ma che cazzo sta succedendo là fuori?!’ Siamo davvero a un passo dal baratro.”
Il primo singolo Descartes è una scarica di energia e dichiarazione d’intenti: difendere l’arte come strumento di resistenza. Ispirato a una frase di Rachel Cusk — “La vanità è la maledizione della nostra cultura” — Karla rielabora il “Penso dunque sono” cartesiano in un più attivo: “Parlo, dunque capisco”.
“Molto del marcio che vediamo nel mondo nasce dall’ego, dal credere che la propria identità sia più importante di quella degli altri. Per me scrivere non è solo fare musica, è anche cercare di capire il mondo.”
Abandon è una discesa negli inferi in stile Dante, ma anche un lamento intimo su un senso di estraneità verso casa.
“C’è quella frase: ‘Una volta vivevo qui / una volta amavo questo posto’. A volte ti senti uno straniero nella tua città, la vedi cambiare — e non sempre in meglio.”
Le atmosfere “cowboy gotiche” di Rage e Desire trovano senso nella distopia evocata dai testi: Rage è una cavalcata psichedelica che ricorda i Dandy Warhols, Desire è un finale che fonde crescendo alla Radiohead con suggestioni da spaghetti western. Due esempi della direzione sonora audace che la band ha deciso di intraprendere.
In Better — un brano immerso in un riverbero shoegaze alla My Bloody Valentine — Karla e Sam cantano insieme una “anti-love song” che esplode in un muro di suono. To The Bone è già diventata una nuova perla dal vivo. Il disco è stato prodotto ancora una volta da Daniel Fox dei Gilla Band, stavolta nello studio-residenza La Frette, vicino Parigi. Il risultato è un album pieno di idee, intuizioni nuove e — soprattutto — una fiducia conquistata con fatica.
Per Karla, è stato anche un esercizio per zittire le voci tossiche, dentro e fuori.
“Abbiamo fatto un concerto da headliner in Francia. Qualche giorno dopo, esce una recensione in cui il primo paragrafo parlava del mio peso: ‘Rispetto alle foto online, ha perso molti chili — e le dona’. Ora penso solo: non me ne frega più un cazzo. Scriveranno comunque di come appaio, delle mie opinioni politiche, sparleranno sempre. Tanto sarà sempre su di me, mai sugli altri del gruppo. Quindi tanto vale dargli qualcosa di interessante su cui chiacchierare.”
Con il dito medio ben alzato e lo stesso spirito viscerale e onesto che li ha sempre contraddistinti, gli SPRINTS entrano nel secondo capitolo della loro storia con niente da perdere e tutto da dire.
All That Is Over è un grido, una rinascita, un nuovo inizio.