Non si riparte mai davvero – due film di Buster Keaton

Il progetto presenta la sonorizzazione dal vivo di due cortometraggi di Buster Keaton, realizzati tra il 1920 e il 1921, nel pieno della sua stagione creativa nel cinema muto.

I film scelti sono One Week e The Boat: nel primo una coppia di novelli sposi prova a costruire la propria casa, nel secondo la stessa coppia affronta una gita in barca con il proprio bambino. In entrambi i film un progetto semplice si misura con errori, incidenti e slittamenti che ne compromettono subito l’equilibrio.

Buster Keaton è una figura centrale del cinema comico del Novecento. Attore, regista e autore, ha costruito un linguaggio fondato sulla precisione del gesto, sul rapporto tra corpo e spazio e su una recitazione impassibile che gli ha valso il nome di “Grande Faccia di Pietra”. La sua comicità nasce dall’attrito tra il disastro che avanza e il desiderio di dare forma a una vita ordinaria.

È proprio da questa ostinazione che nasce l’idea di “Non si riparte mai davvero”. Il desiderio di una vita quotidiana si scontra con una materia instabile, che costringe i personaggi a una condizione precaria: la casa non regge, la barca non tiene. Restano il tentativo e la comicità che nasce dall’attraversamento di questo disordine.

La parte musicale è eseguita dal vivo da Corrado Nuccini, Alessandro Trabace e Vittoria Burattini, la sonorizzazione è costruita su una partitura pensata in stretto rapporto con il montaggio, capace di accelerare o rallentare i tempi della scena, lavorare sul ritmo delle immagini e sulla dinamica fisica delle gag, trattenendo e rilasciando la tensione. L’organico comprende elettronica, chitarra, basso, pianoforte, violino, batteria e percussioni.

Sono presenti alcune letture registrate da Emidio Clementi, tratte da Memorie a rotta di collo e da altre testimonianze lasciate da Keaton, che introducono una traccia ulteriore e affiancano alle immagini la sua voce, diretta e ironica.

I due cortometraggi sono presentati in sequenza, in un unico blocco della durata complessiva di circa 50 minuti.

HÅN

HÅN è il progetto di Giulia Fontana, un contenitore sonoro e visivo per creare mondi alternativi dove potersi rifugiare.
Cresciuta in una piccola città italiana vicino al lago di Garda, ha iniziato presto a creare il suo stile cantautorale unico. HÅN fonde pop etereo e melodie dark e sperimentali, in un mix nostalgico, sognante e delicato ma con carattere. La musica e l’immagine sono nel progetto fondamentali per costruire un immaginario completo, che assomiglia quasi ad un
diario dove parole e immagini raccontano pensieri ed esperienze attraverso una lente personale e intima.
Nel 2024 HÅN pubblica il suo primo ep in italiano “Fuori dalla stanza”. Le tracce sono state scritte da HÅN e prodotte da okgiorgio e marco giudici, con l’intervento di Fight Pausa, nvcnt e Giacomo Greco. L’ep rimanda ad una dimensione intima ma
reale, affrontando le tematiche della perdita, della crescita e di tutto ciò che sta in mezzo.
A Maggio 2025 partecipa ad una residenza artistica in Casa degli Artisti collaborando con divers* artist* con i/le quali scrive il suo disco d’esordio in italiano. A Settembre 2025 lo introduce con il primo mini-ep intitolato “I-Autunno” che contiene i brani “non mi odi per davvero” e “un cane per te”. Il secondo mini-ep è “II-Inverno” uscito a Gennaio 2026, contiei i
brani “un animale non sa piangere” ft. Generic Animal e “segno forma”.
Segue “III – Primavera” che contiene il brano “se fossi un verme” ft. Assurditè e Leanò.
Il nuovo progetto viene accolto molto positivamente dai dsp venendo inclusa in diverse playlist e ripresa da diversi media tra cui DLSO e Rockit.

World Brain

Come World Brain, Lucas Chantre è un esploratore del pop, le cui composizioni fondono arrangiamenti sofisticati e una scrittura delicata con nostalgia digitale e strumentazione organica.

Guidata da groove coinvolgenti, la sua musica trova piena espressione dal vivo attraverso una presenza scenica energica e giocosa. Questa dimensione performativa aggiunge un livello essenziale al suono, permettendogli di abbracciare con leggerezza il caos del presente.

Lowertown

I Lowertown sono finalmente riusciti a riprendere fiato. Negli ultimi anni, il duo di base a New York formato da Olivia Osby e Avsha Weinberg è rimasto in bilico sull’orlo del collasso. Tra tour incessanti, gli attriti con loro etichetta, frustrazioni creative e un attaccamento a volte poco sano l’uno all’altra, sia la loro collaborazione artistica che, cosa ancora più importante, la loro amicizia si trovavano in una fase di forte instabilità, visto e soprattutto perché queste esperienze erano segnate dall’intensità disorientante della tarda adolescenza e dei primi vent’anni. A un certo punto, è diventato chiaro che per trovare una soluzione i due tornassero alle proprie radici.

Quelle radici sono nate ad Atlanta, in Georgia: nei boschi, nei locali destinati a essere presto abbandonati, nelle comunità punk improvvisate. Ma si sono rafforzate anche in un luogo completamente diverso: internet. La band è cresciuta tra fanpage di Tumblr, forum di Reddit e spazi digitali che non erano ancora stati corporatizzati. Hanno potuto osservare e prendere parte a fandom musicali, anime e cinematografici che diventavano sempre più forti in questi luoghi non regolamentati. A tal punto che quei fandom si sono traslati dal virtuale al fisico, portando le persone a incontrarsi di persona ai concerti, nei coffee shop e alle convention per parlare delle proprie ossessioni e creare legami attraverso interessi condivisi. Durante la pandemia, hanno visto questi spazi cambiare, essere mercificati e scomparire, le persone non avevano più luoghi fisici in cui stare semplicemente tra amici con interessi comuni, spazi in cui comunità e fandom potessero rafforzarsi. Da questo vuoto è nata la Ugly Duckling Union.

Ispirato dalla creatività concettuale di band come i Gorillaz e dall’enfasi dei Fugazi sul considerare i concerti come esperienze comunitarie, il nuovo album dei Lowertown, significativamente intitolato Ugly Duckling Union, è ambientato nel mondo concettuale di Dale, l’anatroccolo protagonista, e dei suoi compagni, che cercano di unire le forze per sconfiggere LBH: una tirannica corporation mediatica decisa a separare e isolare le persone nella sua ricerca di controllo.

Attraverso il legame online della band con i fan, il loro server Discord (con canali in cui la community può condividere la propria arte e parlare con la band) e le loro pagine Instagram e YouTube, dove hanno costruito un seguito di culto, i Lowertown hanno già iniziato a colmare la distanza tra digitale e fisico. I loro concerti sono spesso frequentati con entusiasmo da persone che si sono conosciute attraverso la loro rete di fandom online. Ugly Duckling Union, accompagnato da una storia concettuale, un mondo Minecraft giocabile, un manuale, pupazzi di peluche e fumetti disegnati da Doctor Nowhere (Silas Orion) sta creando uno spazio in cui poter tornare a essere orgogliosamente ossessionati insieme.

Gli inizi tumultuosi sono ormai un riflesso nello specchietto retrovisore per i Lowertown, come si sente fin dai primi secondi della traccia d’apertura, “Mice Protection”: l’espirazione composta di Osby è un momento simbolico che prepara la scena per la loro raccolta di canzoni più riflessiva, libera, catchy ed eccentrica.

Brani come “Big Thumb” incarnano perfettamente quanta strada abbiano fatto i Lowertown: in un mormorio folk-jazz scompigliato, Weinberg biascica le parole con tutto il cuore, mentre le melodie vocali vellutate di Osby e l’armonica si avvolgono attorno al brano con un effetto spettrale. La canzone è nata dopo una jam di oltre un’ora con chitarra a 12 corde e armonica, e i suoi testi impressionistici derivano da ritagli di giornale. Anche la divertente “Worst Friend”, dalle sfumature country, è il risultato di uno stile di scrittura giocoso, nata da una decisione improvvisata di alternarsi in barre su un episodio di Malcolm in the Middle, in cui un personaggio va agli Alcolisti Anonimi per far credere alla sua famiglia che stia lavorando su sé stesso, pur non avendo mai avuto un problema con l’alcol. Poi c’è “Cover You”, un brano splendido, pastorale e in gran parte strumentale, con un intricato fingerpicking di chitarra e un flauto malinconico: un’introduzione alla seconda metà più ambiziosa dell’LP.

I Lowertown sono sicuramente conosciuti soprattutto per le loro riflessioni toccanti sulla malinconia della giovinezza, sempre raccontata con un’onestà tagliente. Ma in Ugly Duckling Union quell’angoscia viene filtrata attraverso uno sguardo più maturo, distaccato e ironico. Weinberg descrive i loro testi precedenti come “reazioni di pancia”, in contrasto con la scrittura più meditata e consapevole di questo LP. “Mice Protection” prende in giro la tormentata incapacità di Osby di prendere decisioni, “Forgive Yourself” è una meditazione schietta ma compassionevole sulla vergogna, e “I Like You a Lot” è una rara canzone d’amore dei Lowertown, che racconta le sensazioni fisiche dell’infatuazione.

Durante la lavorazione dell’album, Osby ha letto molto Carl Jung, il celebre psicologo che ha scritto ampiamente del “sé ombra”, e in uno spirito simile la band descrive la seconda metà del disco come “la metà strega”. È una versione dei Lowertown più distanziata, esistenziale e onirica.

Ugly Duckling Union è stato interamente scritto, registrato, prodotto e mixato da Osby e Weinberg, e questa etica “artigianale” è qualcosa a cui tengono molto e che non è mai venuta meno. Sebbene i Lowertown siano gli unici custodi della propria arte, il titolo del loro nuovo album è una celebrazione della comunità significativa che hanno costruito.

“La nostra casa sono state le persone che ci fanno sentire compresi, e la musica che ci fa sentire compresi”, spiega Osby. “Sento che io e Avsha siamo stati semplicemente due disadattati che fanno cose insieme, e sento che questa musica è per persone come noi”.

C’è molta libertà nell’essere outsider, ed è proprio questo, in fondo, il cuore di Ugly Duckling Union: trovare e liberare sé stessi attraverso la comunità. E cosa potrebbe esserci di più liberatorio, auto-rivelatore e divertente che realizzare un disco bellissimo con il tuo migliore amico inseparabile?

corto.alto

Sono stati anni intensi ma ricchi di soddisfazioni per Shortall e il suo progetto corto.alto (nome d’arte che omaggia le sue origini irlandesi e spagnole, traducibile come “short.tall” in spagnolo, ma anche in italiano).

L’uscita del suo album di debutto Bad With Names gli è valsa una nomination al Mercury Music Prize 2024, accanto al connazionale scozzese e attuale compagno di etichetta Barry Can’t Swim e artisti come Charli xcx, Ghetts, Beth Gibbons (Portishead), Nia Archives, CMAT e molti altri, oltre a centinaia di concerti in tutto il mondo, tra importanti festival internazionali e un tour britannico completamente sold out culminato con il suo mini-festival “Made In Glasgow”, curato personalmente e da 2000 presenze, nella leggendaria Barrowlands Ballroom di Glasgow.

La musica che realizza come corto.alto sfugge a qualsiasi categorizzazione, affonda le radici tanto nei suoi studi accademici al prestigioso Royal Conservatoire of Scotland quanto nell’esperienza maturata nella vivace e fertile scena musicale di Glasgow, incorporando un mix eclettico di influenze che spaziano dalla club culture e dalle molteplici forme di musica elettronica fino al suo amore per l’Hip-Hop classico, il Soul e il Funk.

Il suo album del 2024 “30/108” lo ha visto fondere liberamente generi, ritmi e strumentazioni attraverso 30 tracce, pubblicate una al giorno per un mese, selezionate da un archivio di 108 demo e accompagnate da video live performance, mettendo in luce il suo talento per la creatività istintiva, l’innovazione e l’improvvisazione rispetto a un approccio più rigido da studio.

L’esplorazione del terreno fertile tra strumentazione live, produzione elettronica e sound design è anche uno degli elementi chiave degli incendiari live show di corto.alto, nei quali Shortall, oltre a suonare basso, synth, trombone ed effetti, assume il ruolo di band leader insieme a una crew di musicisti di enorme talento, amici stretti e collaboratori abituali.

È proprio questa visione fresca e il desiderio di sovvertire le aspettative a distinguere Shortall, conquistando una nuova generazione di appassionati di musica non legati a una singola scena, oltre al supporto di figure di riferimento della radio e dei media come Gilles Peterson, Sian Eleri, Jamz Supernova, Deb Grant, KCRW e molti altri.

 

Sondre Lerche

Sondre Lerche è sempre stato un romantico. Che si tratti delle canzoni scritte da adolescente per il suo acclamato debutto del 2001, Faces Down, o del ruolo dell’innamorato Christian nella versione teatrale norvegese di Moulin Rouge! The Musical. Nel 2026, però, il suo amore per l’amore è attraversato da una nuova forma di resistenza.

“C’è una dissonanza tra il mondo sempre più distopico in cui viviamo e la possibilità di trovare bellezza e pace nella propria vita privata,” racconta. “Sembra quasi un paradosso sentirmi fortunato ad aver trovato una vita e un amore così veri e significativi, mentre allo stesso tempo diventa impossibile scrivere una canzone d’amore senza tenere conto delle cose indicibili che accadono nel mondo. Innamorarsi somiglia sempre di più a un atto di sfida.”

Da qui nasce il suo undicesimo album in studio, Acrobats: una suite di otto brani che si muove tra gioia e introspezione, perdita e amore, profondamente influenzata anche dalla sua esperienza teatrale. “Nel musical devi proiettarti in modo molto ampio, ma restando autentico, ed è una sfida enorme,” spiega. “Non c’è spazio per la sottigliezza. E credo che questo si sia riflesso nella registrazione di Acrobats: il coraggio di essere espliciti, quasi esuberanti, ma sempre radicati nella sincerità e nella delicatezza.”

Registrato in nove studi diversi con numerosi collaboratori, il disco è forse più introspettivo rispetto a Avatars of Love (2022), ma non meno passionale. È stato preceduto dall’EP Turning Up The Heat Again, uscito all’inizio dell’anno come sorta di “pulizia del palato”.

Nel 2025 Lerche ha celebrato oltre vent’anni di carriera all’Opera di Oslo, attraversando tutte le fasi della sua vita artistica — dagli esordi a Bergen fino agli anni trascorsi negli Stati Uniti. In questo percorso ha collezionato riconoscimenti, firmato colonne sonore (tra cui Dan in Real Life e The Sleepwalker), scritto libri e avviato anche una linea di vini naturali.

Dopo l’uscita di Avatars of Love, nominato a quattro Grammy norvegesi e ricco di collaborazioni, Lerche è tornato in tour, ma sentendosi esausto. A riaccendere la scintilla è stata la partecipazione a un tour jazz tributo a Joni Mitchell: “Era come assistere a una magia ogni sera,” racconta.

Da quell’esperienza nasce il brano di apertura How Much of This Was Planned?, tra elettronica e jazz, con la voce di Marianna Sangita Røe.

Lerche si definisce il “curatore” del disco, circondato da musicisti fidati e nuovi collaboratori. Tra i brani più complessi c’è Little Kids, nato dopo due anni di tentativi: una riflessione sull’empatia verso il proprio passato.

Drive Me Away From You segna un ritorno a una scrittura più dichiaratamente romantica, ma con la consapevolezza di un uomo adulto: “L’amore non chiede il permesso.”

Al centro emotivo del disco c’è Love Is All, mentre Follow the River è un’epica di nove minuti ispirata a Mahler, che celebra l’abbandono totale all’amore.

La title track Acrobats riflette sull’equilibrio e sul compromesso nelle relazioni, mentre In the Time Before I Knew Her Well racconta una storia d’amore in forma di ballata folk.

Il disco si chiude con Life-Changing Love, una canzone che intreccia amore e realtà contemporanea, tra guerre e disillusione: “Volevo scrivere una semplice canzone d’amore, ma non potevo ignorare il mondo.”

Perché, alla fine, l’amore non ha una sola forma: può essere entusiasmo adolescenziale, passione, empatia o conforto.
“Se c’è un tema in questo album,” conclude Lerche, “è trovare l’amore in tempi di incertezza e disperazione.” Ed è qualcosa di prezioso.

 

Maria Arnal

Maria Arnal è una delle voci più innovative e dirompenti della musica contemporanea spagnola. Di base a Barcellona, unisce il ruolo di cantautrice, fondendo elettronica, avant-pop e tradizione polifonica, a progetti che esplorano il rapporto tra suono, tecnologia e arte.

Il suo lavoro ha ottenuto ampio riconoscimento dalla critica e numerosi premi, tra cui diversi Independent Music Awards in Spagna, il Premi Ciutat de Barcelona 2017, il Premio Ojo Crítico 2018 di RTVE, il Premio Ruido 2022, il Premi Continuarà RTVE 2024, la menzione d’onore al S+T+Arts Prize di Ars Electronica 2024 e il Premio Gaudí 2025 per il cinema, tra molti altri.

Si è esibita in alcuni dei festival più iconici, come il Sónar Festival, e su importanti palchi internazionali, tra cui un evento TED a Vancouver. Nel 2025 presenta nuova musica in anteprima al Sónar e si esibisce in contesti di rilievo come il CERN Art and Science Summit, la Biennale Danza di Venezia e festival internazionali come Romaeuropa e Iceland Airwaves, tra gli altri.

Come compositrice, ha preso parte a progetti innovativi come Flors de veu (2025), un’installazione sonora in realtà mista che mette in luce le pioniere della sperimentazione vocale e il mondo della bioacustica attraverso strumenti musicali basati su IA, con il supporto di Sónar, 3CAT e Melt. Ha inoltre realizzato AIR, opera sonora per la Biennale di Architettura di Venezia 2021, e SIRENA, un lavoro corale generativo che interagisce in tempo reale con i dati di Barcellona, creato per l’Hipermirador Torre Glòries nel 2022 in collaborazione con il produttore John Talabot. Co-dirige anche Cada capa de l’Atmosfera (CCCB), un saggio sonoro che connette la percezione del suono all’emergenza climatica, nominato a due Premi ONDAS nel 2023.

Nel corso di una lunga e prolifica collaborazione, Maria ha composto musiche per diverse produzioni coreografiche di Marcos Morau, tra cui Afanador (2024), Sonoma (2024) e La mort i la primavera (2025), in cui appare anche come interprete insieme ai danzatori di La Veronal. Attualmente sta componendo la musica per Kinkaku-ji, di cui sarà anche interprete, in programma a Tokyo al BUNKAMURA Theatre nell’agosto 2026.

Nel 2024 ha presentato Maria CHOIR, un’installazione interattiva basata su riproduzioni sintetiche della sua voce, in collaborazione con il Barcelona Supercomputing Center (BSC) e Axolot, nell’ambito della mostra AI: Artificial Intelligence al CCCB, poi presentata anche all’Ars Electronica Festival di Linz.

Sempre nel 2024 ha composto la colonna sonora originale del film Polvo serán, vincitore al Toronto Film Festival, diretto da Carlos Marquès-Marcet. La colonna sonora è stata candidata ai Premi Feroz e ha vinto ai Premi Gaudí. Ha inoltre composto il brano originale per il film La Virgen Roja, ottenendo una candidatura ai Premi Goya.

A seguito della sua ricerca sulle possibilità delle voci sintetiche generate dall’intelligenza artificiale, sviluppata grazie a una borsa S+T+Arts in collaborazione con il National Supercomputing Center, prende forma il suo primo album solista e tour internazionale, AMA, pubblicato per Atlantic Records nel febbraio 2026.

Deep Forest

La storia dei Deep Forest inizia nel nord della Francia all’inizio degli anni ’90, quando Eric Mouquet e Michel Sanchez si incontrano per la prima volta. Due musicisti affascinati dalla musica etnica, con il talento di mescolarla ai propri suoni: così nasce Deep Forest.

I loro album hanno venduto oltre 10 milioni di copie.
Nel 1992 esce il primo album omonimo, con Sweet Lullaby che diventa un grande successo internazionale, portando Deep Forest sulla scena mondiale.

Il duo crea un nuovo tipo di world music elettronica, spesso definita ethnic electronica, con un suono descritto come “ambient world music etnica e introspettiva”.

Nel 1993 pubblicano World Mix (Sony Music).
Nel 1994 ricevono una nomination ai Grammy Awards come Best World Music Album.
Nel 1995 vincono il Grammy con Boheme, diventando il primo gruppo francese a ottenere questo riconoscimento. Nello stesso anno vincono anche i World Music Awards per le vendite globali più alte tra gli artisti francesi.

Sempre nel 1995 collaborano con Peter Gabriel nel brano While the Earth Sleeps.

Tra il 1996 e il 2002 vendono oltre 4 milioni di album e si esibiscono in tutto il mondo.
Nel 1997 pubblicano Comparsa, nel 1999 Made in Japan (live), nel 2000 Pacifique e nel 2002 Music Detected.

Nel 2003 Eric Mouquet collabora con Josh Groban per l’album Closer (oltre 7 milioni di copie). Tra il 2003 e il 2005 compone e produce per diversi artisti, tra cui Ana Torroja (Mecano), Lebo M (Il Re Leone), Catherine Lara e altri.

Deep Forest compone anche colonne sonore e realizza numerose collaborazioni e remix con artisti internazionali come Youssou N’Dour, Cesaria Evora, Jon Anderson, Sally Oldfield e Chitose Hajime.

Nel 2005 Michel Sanchez lascia il gruppo per intraprendere la carriera solista, mentre Eric Mouquet prosegue il progetto Deep Forest.

Negli anni successivi Mouquet continua a collaborare con artisti internazionali, tra cui ancora Josh Groban (album Awake), e fonda la sua etichetta Deep Projects.

Nel 2008 esce Deep Brasil, in collaborazione con l’artista brasiliano Flavio Dell Isola.
Tra il 2009 e il 2011 Deep Forest si esibisce in diversi paesi e collabora con artisti come la cinese Sa Ding Ding e la giapponese Mell.

Nel 2013 pubblica Deep Africa (Universal), un album che fonde composizioni atmosferiche con canti africani, percussioni e suoni della natura.
Nel 2014 esce Deep India (Sony Music), realizzato con il musicista indiano Rahul Sharma, che esplora melodie folk provenienti da diverse regioni dell’India.

Nel 2016 pubblica Evo Devo e lo porta in tour insieme al gruppo vocale russo Oyme.
Nel 2017 esce Epic Circuits in collaborazione con Gaudi.

Negli anni successivi Deep Forest continua a esibirsi in tutto il mondo, partecipando a progetti internazionali e collaborazioni, tra cui quella con la band ucraina Onuka.

Nel 2020 realizza Deep Formosa con artisti taiwanesi e vince il World Russian Award con il progetto Siberian Trilogy. Nello stesso anno esce Deep Symphonic, che reinterpreta i brani più iconici del progetto in chiave orchestrale, con tecnologia audio immersiva.

Nel 2021 esce Eponymous, raccolta rimasterizzata dei brani più celebri.
Nel 2022 pubblica Live @ EMM Studio e il brano Kojo no Tsuki con l’artista giapponese Tsuji, esibendosi insieme all’Olympia di Parigi.

Nel 2023 esce Burning, frutto di collaborazioni con artisti della scena elettronica contemporanea come Fakear, Samifati, Alune Wade, Delaurentis e Robert Babicz.

Deep Forest è oggi considerato una icona della French Touch, capace di influenzare generazioni di musicisti elettronici.

Tra i progetti più recenti:

  • Deep Ocean (con Delaurentis), progetto a scopo benefico
  • Crystal Clear Modular (con Olivier Delevingne), basato su sintetizzatori modulari

Geordie Greep

Geordie Greep è una delle figure più singolari, imprevedibili e magnetiche emerse dalla scena musicale britannica contemporanea. Conosciuto come voce, chitarrista e mente creativa dei black midi, Greep ha costruito negli anni un linguaggio musicale immediatamente riconoscibile: virtuosismo febbrile, ironia tagliente, teatralità, improvvise deviazioni stilistiche e una costante tensione tra controllo formale e caos espressivo.

Con The New Sound, il suo album di debutto solista, Greep apre un nuovo capitolo della propria traiettoria artistica. È un disco che suona come una dichiarazione di libertà: libero dalle dinamiche di una band, libero da aspettative di genere, libero di spingersi verso territori musicali eccentrici, esuberanti e profondamente personali. Come racconta lo stesso Greep, realizzare The New Sound è stata la prima occasione in cui non ha dovuto “rispondere a nessuno”. Dopo l’esperienza con i black midi, dove la sensazione era spesso quella di poter fare qualsiasi cosa, l’artista ha sentito il bisogno di cambiare prospettiva, lasciare andare alcune strutture e permettersi un gesto creativo ancora più istintivo e radicale.

Il risultato è un album che mescola alternative pop, jazz-funk, art rock, big band latino, cabaret, prog, musica da musical e songwriting teatrale, muovendosi con naturalezza tra il ridicolo e il sublime. The New Sound è un’opera iperattiva e ricchissima, capace di evocare in egual misura Frank Zappa, Frank Sinatra e Scott Walker, ma anche di restare saldamente ancorata alla sensibilità contemporanea di Greep: nervosa, brillante, grottesca, lucidissima.

La genesi del disco è già di per sé parte del suo fascino. Più di trenta musicisti di sessione sono stati coinvolti nelle registrazioni, realizzate tra due continenti. Una parte consistente dell’album è stata incisa in Brasile, con musicisti locali riuniti quasi all’ultimo minuto, molti dei quali non avevano mai ascoltato nulla del lavoro precedente di Greep. A guidarli c’erano soltanto i demo, l’energia delle idee e un approccio volutamente immediato: molte tracce sono state registrate in uno o due giorni, conservando così una qualità viva, istintiva, quasi performativa.

Musicalmente, The New Sound è un disco in continuo movimento. I brani esplodono, rallentano, cambiano pelle, passano dal sussurro all’urlo, dall’eleganza orchestrale alla frenesia ritmica. La title track strumentale è una corsa jazz-funk piena di fiati, wah-wah, linee di basso elastiche, cori e poliritmie, come se la sigla di una serie televisiva, l’ouverture di un musical di Broadway e una jam session surreale si fossero fuse in un unico gesto teatrale.

Al centro dell’album c’è la voce narrativa di Greep, insieme emcee, direttore d’orchestra e disturbatore. Le sue canzoni si popolano di personaggi ambigui, disperati, vanitosi, convinti di avere il controllo mentre tutto intorno a loro collassa. Il tema principale, secondo Greep, è proprio la disperazione: quella di chi si racconta una versione grandiosa di sé, pur sapendo (o fingendo di non sapere) che la realtà è ben diversa.

Le storie di The New Sound formano una galleria di fantasie maschili, fallimenti, deliri erotici, scenari grotteschi e derive tragicomiche. Tra cannibalismo, rituali assurdi, donne che partoriscono capre, cosplay militari, trionfi socio-economici immaginari e appuntamenti notturni destinati a sgretolarsi, Greep costruisce un mondo popolato da bar, caffè, stanze in affitto, cabaret, musei strani e nightclub. È una città mentale dove la parodia e il sermone si confondono continuamente, e dove ogni personaggio sembra recitare una parte troppo grande per sé.

Il singolo “Holy Holy” incarna perfettamente questa tensione: una fantasia romantica urbana ambientata in un nightclub, sostenuta da accordi indie anni Duemila e da arrangiamenti latini da big band, fino a un attacco simultaneo di tre pianoforti. È seduzione, commedia, eccesso e autoritratto deformato, tutto nello stesso momento.

Con The New Sound, Geordie Greep dimostra che la musica può ancora essere un luogo di trasformazione assoluta: non solo esercizio di stile, non solo tecnica, non solo provocazione, ma un campo aperto in cui tutto può accadere. La sua idea per il futuro sembra confermarlo: cambiare musicisti, cambiare luoghi, cambiare metodo, “fare una cosa alla Keith Jarrett” e accettare che niente potrà mai essere replicato allo stesso modo.

Ed è proprio questa la forza di Greep: l’impossibilità di fissarlo in una forma definitiva. Ogni sua nuova mossa sembra suggerire che il suono, per restare vivo, debba continuamente sfuggire a se stesso.

 

Editors

CON IL LORO NUOVO SINGOLO “CALL IT IN” E UN TOUR EU/UK CHE TOCCHERÀ ANCHE L’ITALIA PER UN’UNICA DATA A FEBBRAIO 2027

 

Primo brano inedito degli Editors dal 2022, anno di uscita del loro ultimo album in studio, EBM, “Call in It”, pubblicato oggi 28 aprile 2026, su Play It Again Sam, segna l’inizio di un nuovo capitolo per una delle band britanniche più amate e riconosciute degli ultimi vent’anni. Il brano nasce dalle sessioni in studio che hanno seguito il debutto solista di Tom Smith, There Is Nothing In The Dark That Isn’t There In The Light, e che hanno visto il gruppo tornare a lavorare in una dimensione più collettiva e diretta.

A proposito del singolo, il frontman Tom Smith racconta:

Abbiamo passato gran parte dell’estate del 2025 chiusi nella campagna del Gloucestershire, lavorando alle canzoni tutti insieme nella stessa stanza, in una configurazione più tradizionale da band. ‘Call It In’ è uno dei brani più recenti a cui abbiamo lavorato: è una canzone che parla del chiedere aiuto, davvero, davanti a un senso di angoscia esistenziale; del trovare conforto e sollievo in una persona vicina, scappando dal rumore assordante della vita moderna.

Il singolo è accompagnato da un video ufficiale diretto dal chitarrista della band Justin Lockey

Formatisi nel 2002 dopo essersi conosciuti all’università di Birmingham, gli Editors hanno pubblicato sette album in studio, tutti entrati nella Top 10 britannica. Il debutto The Back Room del 2005 ha ricevuto una nomination al Mercury Prize, mentre il successivo An End Has A Start del 2007 ha raggiunto il primo posto nella classifica UK ed è valso alla band una nomination ai Brit Awards. Anche In This Light And On This Evening, pubblicato nel 2009, ha conquistato la vetta della classifica degli album nel Regno Unito.

Sempre aperti alla trasformazione e alla ricerca sonora, gli Editors hanno attraversato più di due decenni di carriera muovendosi tra post-punk, rock alternativo, elettronica e atmosfere scure e cinematiche, costruendo un’identità riconoscibile e in continua evoluzione.

Con “Call It In”, la band lascia intravedere una nuova fase creativa e si prepara a tornare sui palchi europei nel 2027, con una sola occasione per vederla dal vivo in Italia.

Zara Colombo

Zara Colombo è un duo musicale composto da Zara C. Massaro e Luca Massaro: un incontro tra voce e parola, tra arti visive e musica, tra Patagonia e Italia.
Zara C. Massaro è una cantante italo-argentina che vive a Milano. Cresciuta in una famiglia di musicisti con radici belghe, francesi e patagoniche, a 18 anni lascia l’Argentina per lavorare come modella tra Parigi, Tokyo e Milano.
Luca Massaro è autore, compositore e fotografo. La sua ricerca unisce immagine e testo attraverso fotografie, installazioni e libri d’artista.

La musica del duo Zara Colombo nasce da questo movimento continuo tra luoghi, linguaggi e identità: un fermento artistico che approda in Sugar Music.

 

Il 3 aprile 2026 esce il loro album MADRE LINGUA, nato in Patagonia mentre Zara imparava le prime parole di Italiano: la musica del duo Zara Colombo è la lingua balbettata da cui nasce un nuovo linguaggio, una storia d’amore, la riconnessione con le proprio origini familiari, un incontro tra parole e voce, immagine e suono. Le 8 tracce, registrate a Buenos Aires con i fratelli di Zara e il produttore Dumbo Gets Mad, uniscono il pop contemporaneo alla tradizione del cantautorato italiano e argentino.

La lingua serve per cantare, per baciarsi, per gustare e per parlare, ed è dalla lingua che nascono le nuove idee e i nuovi mondi.  MADRE LINGUA arriva dopo la pubblicazione dei primi tre singoli di Zara Colombo, scritti e composti da Luca Massaro: Tango, La Notte e Le Stelle. Il primo racconta la storia universale di una famiglia disfunzionale e si chiude in un ritornello “che fa piangere di felicità”. La Notte è l’abbraccio del buio dentro cui si sparisce, quel momento in cui è quasi mattina e il nero inizia a prendere colore.  Il terzo singolo, Le Stelle, trae ispirazione dall’omonimo progetto musicale di Mario Schifano, intrecciando miti e dimensione personale in un tessuto sonoro allucinato. Ogni canzone rimanda a un’opera visuale realizzata da Luca Massaro: “Le Stelle” è una scultura pubblica installata a Presicce, “La Notte” sul tetto della galleria Viasaterna a Milano, “Tango” un neon rosso che accompagnerà il duo nel primo tour.

L’album MADRE LINGUA è stato anticipato dall’uscita dei primi tre singoli di Zara Colombo: Tango, La Notte e Le stelle. Con La Notte, il racconto si sposta su un registro più personale e rarefatto, che accompagna chi ascolta in un confronto notturno fatto di vicinanza e tensione, fino alle prime luci del giorno. Il primo racconta la storia universale di una famiglia disfunzionale e si chiude in un ritornello “che fa piangere di felicità”. La Notte è l’abbraccio del buio dentro cui si sparisce, quel momento in cui è quasi mattina e il nero inizia a prendere colore.  Il terzo singolo, Le Stelle, trae ispirazione dall’omonimo progetto musicale di Mario Schifano, intrecciando miti e dimensione personale in un tessuto sonoro allucinato. Ogni canzone rimanda a un’opera visuale realizzata da Luca Massaro: “Le Stelle” è una scultura pubblica installata a Presicce, “La Notte” sul tetto della galleria Viasaterna a Milano, “Tango” un neon rosso che accompagnerà il duo nel primo tour.

 

The Lemonheads

I Lemonheads hanno ufficialmente ampliato il calendario del loro tour 2026. La nuova tranche aggiunge sette date nel Regno Unito e dodici concerti da headliner tra Belgio, Paesi Bassi, Germania, Italia e Parigi, in Francia.

L’annuncio arriva dopo che il frontman Evan Dando si era allontanato dalle scene all’inizio di quest’anno per dare priorità alla propria salute e al proprio benessere personale. Questo prossimo tour rappresenta un nuovo capitolo significativo per la band, fondato sull’impegno verso la propria musica e la comunità che le ruota attorno.

Sono grato per il tempo che ho avuto per concentrarmi sul rimettermi in salute e sistemare le cose”, ha dichiarato Dando. “Il supporto dei nostri fan e della mia famiglia ha significato tutto per me. Ho trascorso gli ultimi mesi a riflettere su ciò che conta davvero, e sono pronto a tornare sul palco con la mente lucida e con tanta gratitudine. Non vedo l’ora di rivedere tutti in tour.”

Guidati da Evan Dando, i Lemonheads sono una delle band più iconiche e riconoscibili dell’alternative rock americano. Nati a Boston nella seconda metà degli anni ’80, hanno costruito nel tempo un’identità sonora unica, capace di attraversare punk melodico, power pop, college rock e suggestioni country con una naturalezza rara. Fin dagli esordi, il gruppo si è distinto per una scrittura diretta e immediata, ma sempre attraversata da una vena malinconica, ironica e profondamente personale, diventando negli anni un punto di riferimento per più generazioni di ascoltatori e musicisti.

Con album ormai seminali come Lovey, It’s a Shame About Ray e Come On Feel The Lemonheads, la band ha definito una traiettoria artistica che ha lasciato un segno profondo nella storia dell’alt-rock degli anni ’90. In quel percorso, Evan Dando si è imposto come uno degli autori più peculiari della sua generazione: un songwriter capace di fondere fragilità e immediatezza pop, leggerezza apparente e intensità emotiva, costruendo un immaginario che ancora oggi conserva intatta la propria forza.

Nel corso degli anni, i Lemonheads hanno attraversato cambi di formazione, pause, ritorni e una discografia meno regolare, senza però perdere il proprio status di cult band. Anzi, proprio questa natura mobile e irregolare ha contribuito a rafforzarne il fascino, mantenendo viva intorno al progetto una comunità di ascoltatori fedeli e trasversali. La parabola della band non è mai stata lineare, ma ha continuato a muoversi tra intuizione melodica, attitudine outsider e una scrittura capace di restare sorprendentemente attuale.

Nel 2025 i Lemonheads hanno aperto un nuovo capitolo con Love Chant, il primo album di materiale originale in quasi vent’anni. Pubblicato da Fire Records, il disco rappresenta un ritorno importante, che rinnova il linguaggio della band senza tradirne l’identità. È un lavoro che rimette al centro la qualità della scrittura di Dando e la capacità dei Lemonheads di trasformare il disincanto in canzone, affiancato da una rete di collaborazioni che include, tra gli altri, J Mascis, Juliana Hatfield, Erin Rae, Tom Morgan, John Strohm, Nick Saloman e Adam Green.

A questa nuova fase si affianca anche la pubblicazione del memoir Rumors of My Demise, ulteriore tassello nel racconto di una carriera intensa, imprevedibile e fuori dagli schemi. Oggi i Lemonheads tornano dal vivo con una rinnovata energia, riaffermando il valore di un percorso che continua a occupare un posto speciale nella musica indipendente internazionale. Più che una semplice band di culto, i Lemonheads restano una realtà viva, capace ancora di parlare al presente attraverso canzoni che uniscono vulnerabilità, melodia e autenticità.

Laura Stevenson

Laura Stevenson arriva a Milano per la sua unica data italiana, in programma il 20 ottobre all’Arci Bellezza, portando dal vivo Late Great, l’album pubblicato il 27 giugno 2025: un lavoro che segna un nuovo capitolo artistico e personale per una delle songwriter più intense e riconoscibili della scena indipendente americana, oggi pubblicato per la prima volta da Really Records, l’etichetta dell’amico e collaboratore di lunga data Jeff Rosenstock.

Nel raccontare Late Great, Stevenson mette al centro un’idea molto precisa: la musica come spazio a cui tornare per curarsi, rimettere ordine e attraversare il dolore. Il disco nasce infatti mentre l’artista è impegnata in un percorso avanzato di musicoterapia, e prende forma come un vero ritorno al rapporto più intimo e necessario con la scrittura. Per la prima volta, Laura affronta in modo così esplicito il terreno accidentato del cuore spezzato, trasformando l’album in un gesto di elaborazione, ricostruzione e riconnessione con sé stessa.

Nei quattro anni successivi all’uscita del suo album omonimo del 2021, la sua vita è cambiata radicalmente: la maternità vissuta negli anni della pandemia, una separazione dolorosa, l’ingresso di nuovi amori e la necessità di ridefinire da zero la propria traiettoria. Late Great nasce esattamente da lì: dal lasciar andare, dal riprendersi il controllo, dal ricostruire la propria identità partendo dagli strati più profondi. È un disco attraversato dalla perdita, ma anche dall’energia di una soglia nuova, dalla sensazione di trovarsi finalmente davanti a una vita scelta in prima persona. In questo senso, la pubblicazione su Really Records ha anche un valore simbolico forte: Rosenstock stesso ha descritto il songwriting di Stevenson come capace di arrivare dritto al cuore, e in questo album ancora più vulnerabile, universale e tagliente del solito.

L’album è stato prodotto e mixato da John Agnello e registrato dal vivo con la band al The Building di Marlboro, New York, una ex chiesa che in passato ha ospitato concerti con formula a contributo libero: un luogo perfetto per un’artista cresciuta dentro un immaginario DIY e punk. È anche uno spazio carico di memoria personale: lì Stevenson aveva registrato il disco precedente quando era incinta di cinque mesi, e lì aveva sentito per la prima volta la figlia muoversi mentre riascoltava delle take vocali dalla control room. Dopo le sessioni live, Laura ha poi lavorato per mesi ai brani da casa, stratificando le composizioni con un numero enorme di chitarre, imparando persino a suonare il basso per costruire vere e proprie architetture di bassi, e aggiungendo percussioni e sintetizzatori fino a consegnare ad Agnello decine di tracce extra per ogni canzone.

Accanto a lei, in Late Great, compare una costellazione di collaboratori di primo piano: Sammi Niss, sua storica batterista e membro dei Real Estate, James Richardson tra basso e chitarre, Shawn Alpay al violoncello, Kayleigh Goldsworthy agli archi, Chris Farren ai synth, Kelly Pratt ai fiati, Mike Brenner alla pedal steel e naturalmente Jeff Rosenstock, presente con piano, chitarra, sax e arrangiamenti. Il risultato è un suono largo, caldo, stratificato e insieme bruciante, capace di unire impeto rock, tensione emotiva, slanci melodici e aperture quasi cinematiche.

Questa ampiezza sonora attraversa tutto il disco. “Honey” parte da un immaginario che guarda tanto al songwriting americano classico quanto a una forma di dream-pop/shoegaze sempre più densa, fino a diventare una nuvola di chitarre luminose e voci sovrapposte. “Not Us” racconta la vertigine di una coppia che osserva le rotture degli altri convinta di esserne immune, salvo scoprire di essere la prossima a cedere. In “Middle Love” la fine passa invece da un’immagine minima e devastante: due documenti appoggiati sul tavolo di un notaio, un gesto burocratico che sancisce la dissoluzione di un “noi”. “I Couldn’t Sleep” mette in scena la tensione febbrile dell’aprirsi di nuovo a qualcuno, e il sollievo quasi spiazzante nel vedere la fantasia ridimensionarsi nella realtà. “Short and Sweet” cattura invece l’instabilità di un nuovo coinvolgimento sentimentale, leggero solo in apparenza, fragile come qualcosa che non si vuole stringere troppo per paura di romperlo o perderlo.

Fuori dallo studio e dal palco, Laura Stevenson continua a muoversi tra più vite insieme: oltre al lavoro di musicista, frequenta corsi serali di musicoterapia, sta completando 1.500 ore di tirocinio e cresce una figlia piccola ma già fortissima nei gusti, sospesa — come racconta lei stessa — tra immaginari da principessa e amore per i Black Sabbath. È una pluralità di ruoli che si riflette perfettamente anche in Late Great: un disco maturo, pieno di contraddizioni vive, ferite aperte, lucidità, ironia e forza ritrovata. Dal vivo, tutto questo si traduce in canzoni che sanno essere intime e travolgenti allo stesso tempo.

Alberto Ferrari

Alberto Ferrari voce, chitarra e compositore dei Verdena e di I Hate My Village, torna ad esibirsi dal vivo per alcuni esclusivi concerti accompagnato solo dalla sua chitarra in spazi intimi e speciali. Il concerto alternerà brani del repertorio dei Verdena ad alcune riletture di brani che hanno segnato la sua poetica, in un’esperienza essenziale e diretta.

Sessa

Sergio Sayeg, in arte Sessa, è uno di quegli artisti capaci di trasformare la tradizione in qualcosa di vivo, mobile, imprevedibile. Nato e cresciuto a San Paolo, ma artisticamente segnato anche dagli anni trascorsi a New York, Sessa costruisce da tempo un linguaggio musicale personale e immediatamente riconoscibile, in cui la canzone brasiliana dialoga con il rock, il jazz, la samba, il soul e la psichedelia, senza mai perdere coerenza, intimità o identità.

Da sempre affascinato da ciò che definisce “il caos” della musica — da quelle “traduzioni sbilenche” che avvengono quando i suoni viaggiano da un contesto all’altro, da un Paese all’altro, da una cultura all’altra — Sessa si muove in una dimensione profondamente libera, nutrita da una sensibilità quasi tropicalista. Come i grandi esponenti della Tropicália brasiliana di fine anni Sessanta, pratica una sorta di “cannibalismo culturale” musicale: assorbe riferimenti eterogenei e li rielabora in una forma organica, naturale, mai didascalica. Nelle sue canzoni convivono l’eleganza della MPB, la fisicità del soul, la tensione ritmica del funk, la spiritualità della musica afro-brasiliana e una scrittura che mantiene sempre un nucleo lirico ed emotivo molto forte.

Il suo percorso inizia presto. Ancora adolescente, Sergio inizia a fare musica professionalmente come chitarrista e autore nei Garotas Suecas, band ispirata alla Tropicália che ottiene una discreta notorietà anche fuori dal Brasile. Il trasferimento della sua famiglia a New York, nel 2007, rende però difficile proseguire quell’esperienza così com’era. Quella frattura si rivela presto un nuovo inizio: nella città americana Sayeg entra in contatto con una scena musicale ampia, stratificata, vitale, lavorando anche nello storico negozio di dischi Tropicália in Furs e suonando in progetti diversissimi, dal noise rock al soul. È un periodo decisivo, che amplia il suo orizzonte sonoro e consolida, paradossalmente, anche il suo legame con la musica del proprio Paese d’origine.

Un po’ come accadde a João Gilberto, il cui temporaneo allontanamento dal centro della scena fu fondamentale per immaginare un nuovo linguaggio destinato a cambiare la musica brasiliana, anche l’esperienza newyorkese di Sergio Sayeg diventa il punto di passaggio attraverso cui si definisce con maggiore chiarezza la sua identità artistica. Quando riemerge come Sessa, lo fa con un suono nuovo: profondamente radicato nella tradizione brasiliana, ma aperto a influenze globali, colte, oblique, contemporanee.

Il debutto solista arriva nel 2019 con Grandeza, pubblicato da una piccola etichetta indipendente. È il disco che introduce il mondo di Sessa e la sua estetica: chitarra classica in primo piano, percussioni afro-brasiliane, cori femminili, arrangiamenti essenziali e una scrittura sospesa tra delicatezza e tensione. Gli elementi sono familiari alla tradizione musicale brasiliana, ma il modo in cui vengono organizzati e fatti dialogare produce qualcosa di radicalmente personale. La voce di Sessa, morbida, misurata, quasi confidenziale, si intreccia a una costruzione sonora scarna ma densissima di atmosfera. In quel disco c’è già molto di ciò che diventerà la sua cifra: l’intimità, il senso del dettaglio, la sensualità trattenuta, la ricerca di una spiritualità terrena e corporea al tempo stesso.

Con Estrela Acesa, il secondo album, Sessa amplia e trasforma ulteriormente il proprio universo. Dopo la pandemia, scegliendo di stabilirsi definitivamente a San Paolo e rinunciando di fatto a una vita divisa tra Brasile e New York, avvia una collaborazione importante con Biel Basile, batterista degli acclamati O Terno, che diventa centrale nella realizzazione del disco. Se Grandeza si muoveva in una dimensione di minimalismo acustico quasi ascetico, Estrela Acesa introduce una sezione ritmica più marcata, con basso elettrico e batteria, e si apre a un respiro più ampio anche sul piano degli arrangiamenti. Durante quel periodo, lavorando a distanza tra continenti diversi, Sessa collabora anche con musicisti e arrangiatori di formazione classica come Alex Chumak e Simon Hanes, costruendo paesaggi sonori più atmosferici, mobili e stratificati. Il risultato è un disco che riesce a reinventare radicalmente il suo suono senza disperderne il mistero né l’intensità emotiva.

Il terzo album, Pequena Vertigem de Amor, segna un ulteriore passaggio e una trasformazione ancora più profonda. In uscita per Mexican Summer, il disco espande il linguaggio di Sessa in nuove direzioni sonore e poetiche. Alla chitarra acustica, alle percussioni afro-brasiliane e ai cori femminili, elementi fondanti del suo suono, si aggiungono ora nuove sfumature: pianoforte elettrico, drum machine, chitarra wah-wah, tessiture più ritmiche, colori notturni e un senso di apertura formale più marcato. Sessa stesso ha descritto questo lavoro come “più notturno, più aperto, più storto nel suo funk”: un disco che richiama la sofisticazione sinuosa della MPB brasiliana di fine anni Settanta, ma anche il soul psichedelico di figure come Sly Stone e Shuggie Otis.

Se musicalmente Pequena Vertigem de Amor rappresenta un’espansione della sua tavolozza, sul piano lirico è forse il suo lavoro più personale e trasformativo. Le canzoni nascono infatti dall’esperienza della paternità, dal cambiamento interiore che comporta e dalla ridefinizione del rapporto tra vita e creazione. È un disco che parla di crescita personale, di nuove percezioni del tempo, di fragilità, di stupore e della necessità di ripensare il posto che la musica occupa nella propria esistenza. Come ha raccontato lo stesso Sessa, per la prima volta la musica si è spostata dal centro della sua vita, finendo in una posizione laterale — ma proprio per questo, in modo forse ancora più profondo, si è intrecciata con l’esperienza quotidiana. Registrato nell’arco di quasi un anno presso Estudio Cosmo, lo studio da lui co-fondato con Biel Basile, Pequena Vertigem de Amor raccoglie “cronache intime e silenziose meditazioni sulla vita di fronte al cambiamento personale, sull’esperienza di qualcosa di così grande da farti sentire piccolo nello spazio e nel tempo”.

Disco dopo disco, Sessa ha costruito un percorso raro per coerenza e libertà, capace di mettere in comunicazione la storia della musica brasiliana con una sensibilità profondamente contemporanea. La sua forza sta proprio in questa tensione: nel saper essere raffinato senza diventare manierista, colto senza perdere spontaneità, radicato nella tradizione ma allergico a qualsiasi forma di nostalgia. Le sue canzoni hanno il passo delle cose intime, ma si aprono spesso a una dimensione più vasta, quasi cosmica; abitano il corpo e il desiderio, ma anche il dubbio, il cambiamento, la vertigine.

In concerto, questa identità prende una forma ancora più viva: la musica di Sessa conserva tutta la sua delicatezza, ma acquista una fisicità nuova, ritmica, magnetica, capace di far convivere introspezione e slancio, precisione e abbandono. È proprio in questo equilibrio tra eleganza formale, libertà espressiva e intensità emotiva che si misura oggi l’unicità del suo percorso.

My New Band Believe

My New Band Believe è la nuova band dell’ex bassista dei black midi (e occasionalmente frontman) Cameron Picton. Il 10 aprile ha pubblicato l’album omonimo ‘My New Band Believe’ per Rough Trade Records, anticipato dal singolo Love Story, uno dei pezzi di punta del disco: una vera e propria storia d’amore che racconta una coppia nel suo elemento più banale: stare in casa, uscire, cucinare, pulire, sognare e progettare, finché tutto non si spezza in un attimo. La dolcezza semplice e diretta del brano viene improvvisamente alterata dalla presenza dello spettro della perdita. Attingendo e talvolta citando direttamente qualsiasi canzone d’amore gli venisse in mente, Picton ha scritto Love Story in un momento altrettanto fugace, all’inizio del 2024. Con questo disco ha cercato di dimostrare un altro possibile modo di far suonare oggi un album singer-songwriter, sia sul piano della produzione sia nella scrittura dei brani, attingendo a esempi più popolari del genere usciti tra il 2019 e il 2023 e che a suo avviso rendevano il grande irrilevante e il piccolo del tutto insignificante; lui, in questo caso invece, ha cercato di dare importanza al piccolo, per far sembrare reale il grande. Il video del brano, diretto da Parker Corey (Injury Reserve/By Storm), si chiude con una coda che include un frammento inedito di archi arrangiati da Kiran Leonard.

Come bassista e talvolta frontman dei black midi, Picton e i suoi compagni avevano costruito una forma esplosiva di world-building musicale, intrecciando storytelling complesso e passaggi elettrizzanti in un caos controllato. Quando la band si è sciolta nel 2023, Picton non ha sentito subito il bisogno né di fare un disco solista né di entrare immediatamente in un’altra band. È proprio da questa posizione intermedia, cioè non del tutto uomo di squadra, non del tutto bandleader, che è entrato in studio e da cui sono gradualmente nati i My New Band Believe. Il debutto del gruppo si presenta come un disco enorme e allucinatorio: una raccolta di brani che passa bruscamente attraverso registri emotivi e tematici molto diversi, dipanando nel frattempo un filo di logica onirica costantemente coinvolgente. Picton è un narratore inaffidabile ma carismatico e, insieme a un cast di musicisti d’eccezione che comprende Kiran Leonard, Caius Williams, Steve Noble e Andrew Cheetham, accompagna l’ascoltatore attraverso un multiverso in rapida espansione creato dalla band. Con My New Band Believe, non solo si afferma come bandleader, ma organizza idee contrastanti, frammentarie e isteriche fino a trasformarle in una brillante nuova forma di senso. Il gruppo partirà inoltre per il suo primo tour da headliner nel Regno Unito tra aprile e maggio 2026, annunciando nello stesso momento anche una serie di concerti intimi in-store e un tour in europa.

Dal punto di vista produttivo e “numerologico” alla realizzazione hanno partecipato 7 membri dei caroline, 6 dei quali hanno anche suonato nel disco, e 5 di loro sono presenti solo nel singolo ‘Love Story’, I producer accreditati sono 3: Mike O’Malley, Jasper Llewellyn e lo stesso Picton, con 2 dei tre che fanno parte dei caroline. Il lavoro si è svolto in 11 studi diversi, distribuiti in 10 codici postali di Londra, con 9 recording engineer differenti. Il disco include 23 strumenti ad arco — per un totale di 118 corde —, 22 musicisti, 21 cantanti, 20 minuti di musica sul lato A, 19 secondi di silenzio, una copia 00018 realizzata da Andy Ramsay, 17 minuti di musica sul lato B, 16 lettere nella frase My New Band Believe, 15 quartetti d’archi stratificati in “Love Story”, 14 visite al cinema durante i giorni di registrazione, 13 dati che Picton dice di non sapere, 12 chitarre acustiche, 11 occorrenze della parola “believe”, 10 fiati, la parola “night” ripetuta 9 volte, diverse canzoni oltre gli 8 minuti, tra cui Actress, traccia 7, descritta anche come un esempio del modo di suonare del contrabbassista Caius Williams, di cui sul disco esistono 6 esempi in totale. Su My New Band Believe compaiono 5 batteristi, 4 pianoforti suonati da 3 persone, soltanto 2 delle quali pianisti, e 1 fisarmonica giocattolo.

Il musicista più anziano coinvolto è il batterista Steve Noble, che ha 66 anni e ha suonato in 166 dischi. Il primo è stato “I Am Cold” dei Rip Rig + Panic, uscito nel 1982, sulla cui copertina compare uno schizzo di Arthur Rimbaud, poeta che 111 anni prima, nel 1871, a 16 anni, scrisse “Le Bateau Ivre”, poema di 100 versi e 10 notti che segue una nave in affondamento verso il largo. Nel 1899, Joseph Conrad, allora 33enne — quindi 3 anni più giovane di Rimbaud — scrisse 30.000 parole su un altro viaggio in barca, durato 3 mesi e risalente il fiume, condensato nelle 3 parole di “Heart of Darkness”, titolo che qui diventa la traccia 3 del disco. A proposito di Le Bateau Ivre, l’annuncio dell’album avviene 555 giorni dopo che un ex compagno di band di Picton aveva scritto su Instagram “it’s iver” per annunciare lo scioglimento del gruppo precedente. Rimbaud smise di scrivere poesie a 21 anni, la stessa età del musicista più giovane presente in My New Band Believe, il sassofonista tenore George Johnson, finalista del BBC Young Jazz Musician nel 2024; Picton specifica anche di non confonderlo con il George Johnson che registrò con The Wolverines nel 1924, il quale oggi avrebbe 126 anni oppure sarebbe morto.

Quando l’album, lungo 2.193 secondi, uscirà, saranno passati esattamente 2.193 giorni dalla scrittura della sua idea più antica. Picton dice di essersi dato soltanto 2 regole rigide per My New Band Believe: usare 0 strumenti elettrici e coinvolgere 0 musicisti che avessero già suonato nei dischi dei black midi. Sono 2 regole, ma entrambe risultano infrante già nella traccia 1.

Anche l’artwork è carico di dettagli. Il dipinto era, più o meno, terminato 9 mesi prima ed è stato commissionato al pittore Kuo Jun You², che vive a 10.000.000 di metri di distanza, a Taiwan. Aveva promesso uno schizzo in 4 giorni, ma ha inviato direttamente il dipinto finito dopo appena 2. Durante la lavorazione del disco, Picton aveva fatto un sogno in cui un amico d’infanzia lasciava 20 fotografie di loro davanti alla sua porta: tutte immagini reali nella vita da sveglio tranne 1, cioè proprio la scena rappresentata nel quadro. Sulla copertina si vedono 65 uccelli: 20 all’interno del dipinto, di cui 18 in volo e 2 morti, più altri 45 sulla cornice. Ci sono inoltre 2 montagne, 1 fiume che attraversa 1 valle; sulla montagna n. 2 — oppure n. 1 se si legge da destra a sinistra — compare 1 uomo con 1 detonatore, responsabile di 1 esplosione sulla montagna opposta, che diventa la n. 1 se si legge da sinistra a destra e la n. 2 se si legge da destra a sinistra.

Il 17 febbraio 2026 esce invece Numerology, pubblicato 52 giorni prima dell’album. Picton lo ha scritto 2 giorni prima di un tour di 10 date in 7 stati con i Black Country, New Road, band di 6 elementi. Nel testo compaiono la parola “ass” 53 volte, la parola “one” 27 volte e la parola “night” 26 volte. Il brano vede coinvolti 8 musicisti, nessuno dei quali compare sull’album, fatta eccezione per George Johnson. In questo caso Picton ammette di aver rispettato meno rigidamente le regole che si era dato per il disco: si sente 1 basso elettrico, suonato da Josh Finerty degli Shame e dei Boygenius, e alle tastiere c’è Seth Evans, 27 anni, tastierista dei black midi per 3 anni, tra il 2020 e il 2023, cioè tra i 21 e i 25 anni, che ha prodotto il brano insieme a lui. 2 versioni di My New Band Believe — il deluxe LP e il deluxe CD — includeranno un bonus 10” o un maxi-CD di Numerology. Il maxi conterrà 7 versioni del brano, la settima delle quali si intitola Numerology (71331295238).

L’idea di fondo della band è arrivare a funzionare in modo simile ai King Crimson: una formazione registra un disco, lo porta in tour e poi, dopo 1 anno, 2 anni o il tempo necessario, decide individualmente e collettivamente se continuare. La novità e la rigenerazione dovrebbero essere incorporate nella natura stessa del progetto. Per quanto riguarda i live, siamo ancora agli inizi, ma finora la band ha tenuto 14 concerti con 44 musicisti diversi, in una sorta di processo informale di audizione reciproca. Molta della musica suonata dal vivo è stata volutamente molto semplice, almeno rispetto a quella del disco: 2 o 3 accordi, 2 o 3 sezioni, 2 o 3 idee al massimo, così da consentire a 2 o 3, oppure 4 o più musicisti, di minimizzare il tempo delle prove, a volte incontrandosi per la prima volta direttamente sul palco, e avere il massimo spazio possibile per interpretare la musica a modo proprio.

In definitiva, My New Band Believe è insieme una dichiarazione artistica, un debutto visionario e una costruzione minuziosa: 4 parole, 8 canzoni, 36 minuti, 38 secondi e 176 numeri, pensati anche per evitare di parlare troppo di un disco che, come suggerisce Picton, è meglio scoprire da sé.

Umarell

Umarell è il progetto di Martin Giovannella, musicista e produttore di Bologna, nato nel 2005.
Il progetto nasce nel 2023 con l’uscita del primo album, CANTIERE, pubblicato a maggio. Le sue radici sono varie, ma trovano un punto comune nell’elettronica, nell’indie, nella musica alternativa e nel trap, con influenze di grime, drum and bass e trip-hop, il tutto caratterizzato da una forte identità indie sleaze.

Il secondo album, BOLOGNA!, è un omaggio alla città d’origine del progetto, un tributo all’ambiente da cui nasce Umarell. Attraverso le sue 10 tracce, il disco accompagna l’ascoltatore tra i luoghi più iconici, le persone più care, il linguaggio, la gastronomia e l’attitudine adolescenziale-bolognese, culminando con un’ode alla Torre Garisenda, attualmente a rischio di crollo. BOLOGNA! è un addio a una vecchia amica, un simbolo di stabilità che improvvisamente vacilla.

Dopo aver presentato l’album in diverse città italiane, esibendosi in locali storici e partecipando a festival importanti come il Rotondo Music Festival di Senigallia, Umarell ha ampliato i suoi orizzonti internazionali. Ha tenuto due concerti a New York, uno a Manhattan e uno a Harlem, registrati e pubblicati come album live. Successivamente, il tour ha incluso una tappa a Lugano, Svizzera, con un’esibizione presso lo Studio Foce il 22 novembre 2024.

Uscito il 25 aprile 2025, ROCK & ROLL è il terzo album di Umarell e rappresenta il manifesto di un’identità in continua mutazione. Non è un disco di rock & roll nel senso musicale, ma ne incarna l’attitudine: trasgressione, rottura degli schemi, ironia dissacrante. Un album che esagera questi concetti fino a farli diventare quasi comici, parodici. Musicalmente, ROCK & ROLL è un album electroclash che spazia tra club-banger spaziali, chitarre anni 2000, rap crudo fino a collaborazioni con artisti emergenti come Giogis, Nancy e il rapper udinese Comanche Hooks.

Da settembre 2025 l’umarell live si amplia con Gumo, batterista dai colpi aggressivi ma precisi, forti ma azzeccati, per aggiungere delle sonorità bombastiche ed esplosive! La pubblicazione dei due singoli POVERO CORAGGIO e CARTA VETRATA inoltre garantisce al progetto un articolo sulla rivista di moda ELLE e uno dei palchi più importanti italiani al Poplar Festival, condiviso con artisti di calibro internazionale quali King Krule, Confidence Man e L’Imperatrice.

Dall’autunno parte invece un tour molto ambizioso auto-organizzato che tocca in 12 tappe l’italia e che vede per la prima volta umarell come headliner in locali come il Covo a Bologna, il Circolo Magnolia a Milano, il Magazzino sul Po a Torino, i Giardini Luzzati a Genova, La Redazione a Roma e la nascita di un nuovo format, La Festa Umarell, in cui viene curata una selezione di artisti giovani e promettenti.

Questo tour, insieme a due aperture, rispettivamente ai Deki Alem, gruppo svedese che vanta palchi come il Glastonbury, e Tredici Pietro a un Estragon Sold out, segnano un nuovo capitolo di concerti, di spettacoli, più maturi ed equilibrati che accompagneranno l’uscita del quarto disco, 1000% il 24 aprile 2026 assieme all’affiancamento di Dischi Sotterranei.

1000% è un disco che racconta il momento esatto in cui si smette di essere bambini senza sentirsi ancora adulti. È un lavoro attraversato da lutto, rabbia, ironia e bisogno di fede, dove ogni brano rappresenta una reazione diversa alla crescita: c’è chi costruisce un’armatura (Carro Armato), chi trasforma il dolore in rito collettivo (Bouquet), chi difende l’innocenza (Sassolini), chi attacca il sistema con sarcasmo (Dissacrante). Tutto nasce da una tensione costante tra fragilità e ostentazione di forza — essere “al mille per cento” per non crollare.

Sonoramente il disco alterna momenti spogli e confessionali a esplosioni distorte e nervose, passando per folk popolari, cori comunitari, chitarre brillanti e ritmi variegati. Mette assieme arrangiamenti di violini ed autotune, chitarre acustiche, chitarre elettriche, 808 in un miscuglio istintivo dove organico e digitale convivono senza gerarchie.

È un album vulnerabile ed onesto che cambia pelle ma resta coerente nel suo intento: raccontare la costruzione dell’identità quando le certezze crollano, quando la famiglia pesa, quando la fede vacilla e quando il mondo sembra chiederti di scegliere chi essere. 

Koko Moon

Koko Moon è una musicista, cantante e cantautrice nata in Italia dalle sfumature lynchiane evoca un mondo di luci e ombre, incantando chiunque entri nel suo universo sonoro. Linee di basso decise si intrecciano a synth scintillanti, muovendosi lungo pareti di suono che si innalzano e si dissolvono nell’aria. I ritmi scorrono attraverso melodie che si rivelano con naturalezza, mentre i testi nati direttamente da esperienze vissute, tanto sotto il sole quanto alla luce della luna, indagano sogni, notti, fasi lunari, demoni e paesaggi interiori in

trasformazione. Ispirandosi all’estetica underground e shoegaze, Koko Moon fonde riverberi profondi ed effetti eterei con melodie pop avvolgenti, creando canzoni che sono piccole storie di emozioni autentiche.

Prima di intraprendere il suo percorso solista, ha suonato con Be Forest fino al 2019, esperienza che l’ha portata in tour in tutto il mondo, sui palchi di importanti festival e infine a una memorabile performance ai KEXP. Nel 2021 ha pubblicato il suo album d’esordio, Shedding Skin, segnando una tappa di trasformazione nella sua traiettoria artistica.

Koko Moon è attualmente al lavoro su nuova musica, continuando a plasmare il

proprio suono con la stessa intensità onirica e onestà emotiva.

Enji

Enji prosegue il suo percorso artistico con Sonor, il suo album più recente, pubblicato nel maggio 2025, un lavoro che segna un momento di piena maturità espressiva e consolida la sua posizione come una delle voci più singolari del panorama contemporaneo tra jazz, folk e songwriting sperimentale.

Dopo l’ottima accoglienza di Ulaan, Enji è tornata in studio alla fine del 2024 per affrontare quello che si è rivelato essere il periodo più intenso e prolifico della sua carriera. Un tempo di immersione totale nella scrittura e nella registrazione, vissuto come uno spazio di elaborazione personale e artistica. Sonor nasce da questa urgenza: trasformare un processo interiore complesso in una materia sonora essenziale, intima e profondamente evocativa.

Terzo album pubblicato per l’etichetta Squama, Sonor esplora i temi dell’identità e dell’appartenenza attraverso un linguaggio lirico fortemente metaforico, mai didascalico, attento e vigile, ma sempre attraversato da una tensione verso la speranza. Le canzoni si muovono in uno spazio sospeso e raccolto, dove la voce di Enji, fragile e determinata al tempo stesso, diventa il fulcro emotivo dell’intero progetto.

Dal punto di vista musicale, Sonor si inserisce in continuità con Ursgal e Ulaan, confermando una cifra stilistica che abita un territorio fluido tra jazz e folk, senza mai aderire pienamente a un genere definito. Le composizioni sono essenziali ma sofisticate, costruite su arrangiamenti misurati, silenzi significativi e una costante attenzione al dettaglio timbrico. È un album che richiede ascolto e restituisce profondità, rivelandosi lentamente, traccia dopo traccia.

Dal vivo, Enji presenta Sonor nella sua formazione ormai consolidata in trio, affiancata da River Adomeit al basso e dal chitarrista e co-compositore Paul Brändle. In questa dimensione, le canzoni acquistano una nuova intensità: le performance sono intime e raccolte, ma attraversate da una forte carica emotiva, in cui l’interplay tra i musicisti amplifica la delicatezza e la profondità del progetto.

Con Sonor, Enji non solo dà continuità al proprio percorso, ma lo espande, firmando un lavoro maturo, sensibile e coerente, capace di parlare di radici, trasformazione e appartenenza con una voce unica, silenziosa e luminosa.

Cosmo

Dopo anni di sperimentazioni live che hanno ridefinito il rapporto tra musica, spazio e pubblico – dal Cosmotrain e i tram di Cosmotronic fino ai concerti party di oltre otto ore, dal Forum di Milano alle grandi Feste dell’Amore – Cosmo annuncia nuovi appuntamenti dal vivo, ancora una volta in un formato inedito: i concerti matinée. Un tour estivo, prodotto da DNA concerti, pensato per le ore del mattino, che trasforma il concerto in un vero e proprio viaggio sonoro dal risveglio all’inizio della giornata. Un live diverso dal classico serale, capace di aprire nuove possibilità di ascolto e condivisione.

In partenza domenica 24 maggio dalla speciale ventesima edizione del MI AMI di Milano – festival di cui Cosmo è stato più volte, negli anni, protagonista –  il tour proseguirà il 2 giugno al Decibel Presents di Firenze, il 5 luglio al festival acieloaperto di Cesenatico (FC), il 12 luglio al Forte di Bard in provincia di Aosta, il 12 agosto al Color Fest di Lamezia Terme (CZ) e il 15 agosto al Locus Festival di Ostuni (BR) di cui sarà l’apertura. 

Cosmo porterà dal vivo le canzoni del nuovo album “La fonte” in uscita venerdì 17 aprile 2026 per Columbia Records – Sony Music Italy/42Records, anticipato dal singolo Ciao – oltre ai brani del suo repertorio in una veste rinnovata, costruendo un percorso musicale che accompagna il pubblico in modo graduale, tra atmosfere dilatate e momenti di energia.

“La fonte” – in arrivo a distanza di dieci anni da “L’ultima festa”, brano che ha segnato la consacrazione di Cosmoè già disponibile in preorder in tre diversi formati: LP nero con poster, LP blu marmorizzato con poster (autografato o standard) e CD (autografato o standard).