Sorry

«Siamo come morti quando abbiamo iniziato a scrivere questo album», dicono i Sorry, preparandosi a pubblicare COSPLAY, il loro terzo album in studio, uscito il 7 novembre su Domino. Ma se i Sorry sono davvero morti prima ancora che venisse registrata una singola nota, prima che fosse appuntata anche solo una parola, allora chi è ora questo gruppo che si fa chiamare Sorry? Chi ha indossato i panni dei Sorry con tanta convinzione? Chi è che ha registrato COSPLAY, l’album che prima cancella meticolosamente e poi ridisegna con audacia i confini di ciò che una band rock contemporanea può realizzare? Benvenuti nel mondo di COSPLAY, dove tutti possono essere chiunque: passato o presente, reale o immaginario, vivo o morto. 

 

Con COSPLAY, i Sorry non si preoccupano di soddisfare i criteri di ciò che un genere “dovrebbe” suonare, né seguono le regole e le formule consolidate del mestiere. COSPLAY vede i Sorry tuffarsi senza esitazioni nel pozzo dell’ispirazione, riemergendo rinati in un mondo di creatività senza limiti. Cosa succede se immagini il personaggio dei cartoni animati più riconoscibile al mondo come una presenza oscura dentro una seducente chiamata da sirena (‘Waxwing’)? Come si inserirebbe il celebre grido di battaglia dei lo-fi scuzz-poppers di Dayton, Ohio, Guided By Voices, in un brano nervoso che parla della squallida vita delle celebrità (‘Jetplane’)? E se una riflessione sulla formula dell’entropia di Boltzmann fosse accompagnata da un potente pezzo rock (‘Today Might Be The Hit’)? COSPLAY è esattamente questo.

I Sorry raccontano: «Siamo persi nel tempo, non abbiamo dettagli a cui aggrapparci, nulla dura per sempre. Indossiamo cose del passato perché sono l’unica cosa a cui possiamo aggrapparci. In fondo stiamo tutti interpretando il cosplay di qualcosa che non esiste».

Il primo brano completato tra quelli che sarebbero poi entrati a far parte di COSPLAY è stato il finale dell’album, JIVE. Era diverso da qualsiasi cosa avessero registrato fino a quel momento: linee di synth drammatiche sopra batterie martellanti, una hit da ballare per i mezzi morti. La sua realizzazione ha funzionato anche come prova rafforzativa che questa sarebbe stata la direzione del loro prossimo disco. Urgente e ipnotico, guidato da una voce insistente: «I wanna jive tonight / I wanna swing my hips». Una musica che sintetizza oltre settant’anni di musica registrata, una delle eredità dell’era digitale in cui i Sorry sono cresciuti, e che ne esce come qualcosa di completamente nuovo e contemporaneo.

COSPLAY è pieno di riferimenti alla cultura pop, piccoli rimandi disseminati qua e là nel mondo che i Sorry hanno costruito e abitano. I Sorry non si travestono dai loro idoli: li chiamano in causa nelle loro canzoni. Waxwing immagina un Mickey Mouse che si annida nell’ombra del tuo cervello, sempre presente ma mai davvero visibile. L’iconico grido di battaglia dei Guided By Voices, “Hot Freaks, incornicia Jetplane, un brano sulla sordida vita dell’élite. In The Dark cita lo scrittore giapponese Yukio Mishima, morto tramite seppuku, i cui libri Lorenz e O’Bryen sono stati una lettura costante durante le registrazioni di COSPLAY. Candle è invece un cenno a ‘Blowing In The Wind’ di Bob Dylan, una reazione alla breve ma intensa mania dylaniana alimentata da Timothée Chalamet.

I Sorry, per trovare ispirazione, guardano tanto dentro di sé quanto osservano il mondo intorno a loro. Ed è qui che il mondo di COSPLAY si fa davvero straordinario, mettendo in dialogo osservazioni culturali contemporanee con introspezioni consapevoli. Il sample “hold me” all’inizio di Echoes, per esempio, proviene dalla voce di uno dei primi upload SoundCloud di O’Bryen, mentre ‘JIVE’ ha avuto la sua prima vita come demo molto amato sul profilo SoundCloud di Lorenz. È chiaro che i Sorry guardano con decisione al futuro, ma tengono sempre un occhio sul proprio passato: alcune cose sono troppo importanti per essere dimenticate.

Nemmeno il processo di registrazione dei Sorry segue una traiettoria lineare. Alcune canzoni di COSPLAY sono nate nello studio che O’Bryen e Lorenz condividono, con campioni e stranezze delle demo poi integrati nelle versioni finali. Altri brani sono stati registrati principalmente con la band e poi riportati in studio per il loro caratteristico lavoro di campionamento. Molte tracce sono passate da diversi studi, raccogliendo melodie, sample e armonie che ora giacciono sepolti nei brani finali come piccoli tesori nascosti: la manipolazione vocale a cascata in Into The Dark, la pulsazione delle tastiere nel ritornello di Echoes, le urla alla fine di Magic. COSPLAY è fatto di queste piccole gemme, saccheggiate da menti diverse e da momenti diversi nel tempo, e riunite per creare qualcosa che brilla.

COSPLAY è stato registrato in diversi studi con una squadra di co-produttori, ingegneri e mixer. Dan Carey ha contribuito alla produzione, insieme a O’Bryen e Lorenz, in otto degli undici brani dell’album. Cinque tracce sono state affidate al tocco del leggendario mixer hip hop Neal H. Pogue, mentre le altre sei sono state mixate da Marta Salogni.

Questa appropriazione dei momenti preferiti della band dalla musica e dalla cultura popolare, unita alla volontà di sperimentare per trovare il suono giusto, conferisce a COSPLAY una profondità stratificata. La musica è urgente e immediata, ma piena di sottigliezze che si rivelano solo col tempo. È songwriting classico rifratto attraverso un prisma del XXI secolo: i figli dell’era digitale che riscrivono le regole.

Oggi i Sorry sono una vera e propria realtà multimediale e hanno abbracciato pienamente l’assorbimento e la rielaborazione della cultura pop come parte della loro identità. Il loro show dal vivo, potenziato, include sample distintivi attivati dal mago dei synth e della programmazione Marco Pini, che completa la formazione insieme a Campbell Baum (basso) e Lincoln Barrett (batteria). Questi sample sono estratti curiosi, spesso ironici, piccole finestre sul mondo dei Sorry. Sono le fondamenta dell’identità della band e, per estensione, di COSPLAY

Un altro elemento chiave della narrativa dei Sorry è la loro identità visiva, espressa nei video della band che Lorenz dirige insieme all’amica d’infanzia Flo Webb sotto il nome di regia FLASHA. La band ha pubblicato una serie di singoli anticipatori dell’album, ognuno dei quali contribuisce ad arricchire il loro universo. Il video di Waxwing mostra versioni deformate del personaggio più amato della Disney coinvolte in una danza seducente. In Jetplane vediamo ballerini con maschere che rappresentano in modo rozzo volti di celebrità. Il video di JIVE affronta il terrificante e affascinante sviluppo dell’intelligenza artificiale: da una parte il rischio di una crescente pigrizia culturale, dall’altra il suo innegabile potere. «Le nostre immagini sono fondamentali per il mondo dei Sorry: rientrano nell’idea di COSPLAY, in cui ribaltiamo simboli iconici e culturali per mostrarne il lato oscuro e quello ironico», racconta Lorenz.

I Sorry hanno suonato i loro concerti più grandi di sempre quando hanno aperto il tour nelle arene di Fontaines D.C. tra Regno Unito e Irlanda alla fine del 2024. Suonare davanti a migliaia di persone in spazi enormi ha richiesto di ampliare il suono della band e ripensare ciò che potevano realizzare. Questa ambizione si è senza dubbio riversata in COSPLAY, portando con sé una nuova sicurezza su chi siano i Sorry e su chi possano diventare. Dopo un trionfale set a Glastonbury, sono partiti per un nuovo tour nelle arene, questa volta con le leggende indie The Maccabees, prima di chiudere l’estate con un’apparizione all’End Of The Road Festival.

Sappiamo già che i Sorry sono morti quando hanno iniziato a scrivere COSPLAY. Chiunque siano questi impostori che stanno facendo cosplay dei Sorry, lo stanno certamente facendo a modo loro.

Sorry sono morti. Lunga vita ai Sorry.

Nathy Peluso

Lucrecia Dalt

Nata a Pereira, in Colombia, Lucrecia Dalt si è ritagliata uno spazio distintivo nella musica contemporanea. Il suo percorso da ingegnera civile ad sound designer ha avuto inizio mentre lavorava presso un’azienda geotecnica a Medellín, dove ha scoperto la produzione musicale al computer: una rivelazione che ha completamente reindirizzato la sua vita e il suo focus creativo.

Dopo la pubblicazione delle sue prime registrazioni tramite il collettivo colombiano Series, Dalt ha contribuito alla compilation 4 Women No Cry di Monika Enterprise nel 2008, segnando il suo ingresso nella scena musicale internazionale. In seguito ai trasferimenti da Medellín a Barcellona e infine a Berlino, il suo suono si è evoluto verso territori sempre più astratti.

I suoi primi album solisti, Commotus (2012) e Syzygy (2013), pubblicati su Human Ear Music, si muovevano verso un’esplorazione surrealista attraverso fondamenta elettroniche, mentre Ou (2015), uscito per Care of Editions, ha ulteriormente affinato il suo approccio sperimentale tramite mondi sonori complessi e articolati.

Con la label RVNG Intl., Dalt ha pubblicato una trilogia di lavori a distanza di due anni l’uno dall’altro: Anticlines del 2018, No era sólida nel 2020 e ¡Ay! nel 2022, ognuno dei quali ha ampliato la sua tavolozza sonora e la profondità concettuale. ¡Ay! ha avuto un riscontro particolarmente forte presso critica e pubblico, ricevendo il riconoscimento di album dell’anno da The Wire e rientrando nelle top ten di fine anno di Pitchfork, New York Times e NPR.

Durante questo periodo, Dalt si è anche avventurata nella composizione per il cinema e la televisione, firmando la colonna sonora originale per la serie HBO The Baby, nel 2022, e più recentemente per l’acclamato On Becoming a Guinea Fowl nel 2024 e per l’horror psicologico The Rabbit Hole del 2025, portando il suo inconfondibile sound design all’interno di contesti narrativi.

Nel 2025 Dalt ritorna con A Danger to Ourselves, il suo lavoro più personale e ambizioso dal punto di vista sonoro fino a oggi. Se i suoi album precedenti esploravano narrazioni basate su personaggi e intrecci con il mondo esterno, questa raccolta di tredici tracce si rivolge con decisione verso l’interno.

L’album nasce da appunti frammentari che Dalt ha annotato durante i tour e nei primi giorni di una nuova relazione, pensieri intimi successivamente trasformati in composizioni musicali nel gennaio 2024. Lavorando a stretto contatto con il percussionista Alex Lázaro, Dalt ha costruito brani che generano musicalità attraverso l’interazione tra linee di basso, ritmi e dettagli testurali, piuttosto che tramite strutture melodiche convenzionali.

Brani come “divina” si muovono fluidamente tra spagnolo e inglese attraverso paesaggi sonori elastici e ipnotici collage sonori, mentre “hasta el final” adotta un approccio differente grazie ad arrangiamenti d’archi più diretti.

In tutto l’album, Dalt supera i suoi precedenti approcci lo-fi per raggiungere una nuova chiarezza, in cui voce e strumenti emergono con maggiore presenza e definizione.

A Danger to Ourselves vanta un ricco cast di collaborazioni: David Sylvian partecipa come co-produttore e chitarrista in alcune tracce. Contributi vocali di Juana Molina, Camille Mandoki ed Eliana Joy sono presenti in tutto il disco, mentre il paesaggio strumentale è modellato da Cyrus Campbell al contrabbasso e al basso elettrico e da Chris Jonas al sassofono.

Il titolo dell’album deriva da un verso scritto da Sylvian in “cosa rara” e riflette temi quali la fragilità della vita, le oscillazioni dell’amore e il desiderio di liberarsi dagli schemi quotidiani per approdare a esperienze interiori più significative.

Masterizzato da Heba Kadry a New York, A Danger to Ourselves rappresenta al tempo stesso il punto di arrivo del percorso artistico di Dalt e l’apertura verso una nuova direzione: uno spazio in cui le sue esplorazioni sonore convergono in qualcosa di intimo ma al tempo stesso espansivo, personale eppure universalmente risonante.

Pan Dan

Pan🥪Dan nasce come §pacciatrice di vestiti & pan invenzioni, ma nelle notti di magica luna si trasforma in una performer cantastorie con l’hobby della showgirleria.

Accompagnata dalla sua lapin 🐇 BARBARELLA, aspettatevi la qualunque: un live ricco di colpi di scena che vi terrà ipnotizzati dall’inizio alla fine!
Le sue tracce apparentemente no sense, un sense ce l’hanno, ermetiche Q.B. ti entrano in testa per rimanerci*

Tre serate di eccellenza musicale

Nell’aprile 2026, l’Auditorium RAI di Torino accoglierà tre concerti con la
partecipazione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, diretta da Anu Tali, e di
solisti di rilievo internazionale.

 

Martedì 28 aprile 2026

Giuseppe Gibboni, violino

Anu Tali, direttrice

Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI

Programma:

• Edvard Grieg: Peer Gynt, Suite n. 1

 • Alexey Shor: Concerto per violino n. 7

• Edward Elgar: Enigma Variations, op. 36

Enigmi, Paesaggi Sonori e una Stella Nascente

Un programma ricco di colori e contrasti attende il pubblico torinese: accanto a celebri capolavori sinfonici di Grieg ed Elgar, la serata presenterà la prima italiana del Concerto per violino n. 7 del compositore ucraino-americano Alexey Shor. La musica di Shor, spesso descritta come neoclassica, combina melodie liriche con una profonda tradizione armonica, offrendo agli ascoltatori un’esperienza vibrante ed emotiva.

Il suo nuovo concerto, ricco di virtuosismo e sfumature espressive, sarà interpretato da Giuseppe Gibboni, astro nascente tra i violinisti contemporanei e vincitore del Concorso Paganini. Gibboni ha debuttato con il Concerto per violino di Čajkovskij accanto all’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia sotto la direzione di Lorenzo Viotti. Poco dopo, ha suonato con la chitarrista Carlotta Dalia su invito del Presidente Sergio Mattarella al Quirinale di Roma—un concerto trasmesso in diretta dalla radio italiana. Ha già collaborato con alcune delle orchestre e dei direttori  più rinomati al mondo, tra cui Riccardo Muti e Zubin Mehta.

Il Concerto n. 7 di Shor è affidato alle mani migliori: Gibboni, con la sua tecnica brillante e sensibilità musicale, è particolarmente adatto a introdurre il pubblico a quest’opera straordinaria.

Sul podio dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI ci sarà l’acclamata direttrice estone Anu Tali, fondatrice della Nordic Symphony Orchestra. Descritta dall’Herald Tribune come “carismatica, brillante, energica”, è considerata una delle direttrici più affascinanti della sua generazione,

celebrata per le sue interpretazioni fresche e penetranti. Ex direttrice musicale della Sarasota Orchestra in Florida, si esibisce regolarmente con ensemble rinomati come la New Japan Philharmonic, l’Orchestre National de France, il Mozarteumorchester Salzburg e la Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks.

Il pubblico torinese può aspettarsi una serata indimenticabile, con una combinazione di brillantezza tecnica ed espressione musicale toccante.

Mercoledì 29 aprile 2026

Mikhail Pletnev, pianoforte

Daniel Lozakovich, violino

Recital

Programma:

• Franz Schubert: Sonata in re maggiore per violino e pianoforte, op. 137 n. 1, D 384

• Edvard Grieg: Sonata in do minore per violino e pianoforte, n. 3, op. 45

• Alexey Shor – Mikhail Pletnev: Sonata per violino e pianoforte

• César Franck: Sonata in la maggiore per violino e pianoforte

Un Viaggio nel Tempo: Dall’Introspezione Romantica alla Speranza Contemporanea

Questo programma intreccia sonate di Schubert, Grieg, Franck e Shor in un arco musicale unificato — un dialogo tra passato e presente, dove ogni compositore utilizza la forma della sonata come mezzo di espressione personale.

Il lirismo luminoso di Schubert apre la serata con uno sguardo introspettivo, che trova un’eco contemporanea nella Sonata n. 2 di Alexey Shor—una riflessione su temi senza tempo: perdita, desiderio e la speranza duratura per la bellezza in un mondo frammentato. Scritta in stretta collaborazione con Mikhail Pletnev, la sonata emerge da una partnership creativa tra compositore e interprete—nello spirito di Čajkovskij e Josef Kotek o Brahms e Joseph Joachim.

Grieg porta poi un’ondata di dramma nordico e contrasto, aprendo la strada alla monumentale sonata di Franck: un culmine spirituale costruito su una forma ciclica e un’unità trascendentale.

Al centro di questa performance ci sono due artisti straordinari — il leggendario pianista Mikhail Pletnev e il violinista emergente Daniel Lozakovich—in un raro incontro tra generazioni. La loro collaborazione musicale unisce profonda esperienza e brillantezza giovanile in un programma che fonde capolavori amati con un’opera contemporanea scritta appositamente per loro.

Mikhail Pletnev, sia pianista che direttore d’orchestra, è ammirato per le sue interpretazioni anticonvenzionali e profondamente personali. Mai soddisfatto dell’ovvio, rivela nuove dimensioni in opere familiari—sempre sorprendenti, spesso mozzafiato e immancabilmente profonde.

Musicista di altissimo livello e parte di una grande tradizione di interpreti maestri, le sue performance sono caratterizzate da profondità, individualità e intuizione poetica, ben oltre la mera virtuosità.

Daniel Lozakovich è emerso come uno dei violinisti più affascinanti della sua generazione. Lodato per l’intensità espressiva e la maturità del suo suono, si esibisce regolarmente con molte delle principali orchestre e direttori del mondo. In recital, la sua collaborazione con Mikhail Pletnev ha

ricevuto ampi consensi. Lozakovich suona lo Stradivari “ex-Sancy” del 1713, precedentemente suonato dal leggendario Ivry Gitlis.

Nell’ottobre 2024, Pletnev e Lozakovich hanno pubblicato un album congiunto con Warner Classics, contenente proprio il programma che verrà eseguito a Torino. Dopo performance acclamate al Musikverein di Vienna, alla Philharmonie di Berlino, all’Herkulessaal di Monaco e alla

Dubai Opera, questo concerto segna la prima italiana del loro recital.

 

Giovedì 30 aprile 2026

Arsenii Moon, pianoforte

Anu Tali, direttrice

Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI

Programma:

• Alexey Shor: Concerto per pianoforte n. 1

• Sergei Rachmaninoff: Rapsodia su un tema di Paganini, op. 43

•  Pyotr Tchaikovsky: Romeo e Giulietta

Risonanze Romantiche: Est, Ovest e Oltre

Questa serata riunisce due capolavori pianistici e un gioiello sinfonico—un programma che esplora l’evoluzione dell’espressione romantica attraverso i secoli.

Arsenii Moon, vincitore del 64° Concorso Pianistico Internazionale Ferruccio Busoni e destinatario del Premio Arturo Benedetti Michelangeli, si sta rapidamente affermando come una delle voci più brillanti e individuali della sua generazione. I critici celebrano la sua eleganza aristocratica, la tecnica magistrale e la narrazione incantevole che porta in ogni performance. Nelle sue mani, ogni frase sembra inevitabile, ogni silenzio eloquente.

Oh He Dead

Oh He Dead è uno studio sulle contraddizioni. La band originaria di Washington D.C. suona morbida e lussuosa come la pelle, ma con una leggerezza ariosa, come una piuma in volo. Quando sono sul palco, non hanno paura di fare imitazioni o battute dark, e i loro concerti vengono spesso descritti come un grande abbraccio collettivo. Buio e luce, dolore e gioia: lo spirito del gruppo è riassumibile al meglio proprio a partire dal nome, coniato dalla frontwoman CJ “Bowlin’” Johnson quando le chiesero cosa fosse successo al ragazzo infedele colpito dalla sua amante in una sua canzone: “Oh, he dead”, rispose senza giri di parole. È proprio così che nascono le leggende.

Radicati nella ricca tradizione soul, funk e rock di Washington D.C. e costruiti attorno alla voce imponente di Johnson, la band condivide un amore per la scrittura orientata al groove. Il loro sound bilancia precisione e personalità: un’esecuzione impeccabile unita a humour, cuore e alla volontà di lasciare intatte le parti più ruvide.

Questa chimica brilla soprattutto sul palco. Eletti da NIVA nel 2023 come una delle migliori live band degli Stati Uniti, gli Oh He Dead sono stati plasmati da anni di tour, che li ha resi anche e principalmente una live band formidabile, con un seguito estremamente fedele e l’opportunità di condividere il palco con artisti come Allen Stone, The Dip, Devon Gilfillian, Sir Woman e Brandi Carlile. Le loro esibizioni sono gioiose, spontanee e radicate in un serio lavoro musicale.

Nel corso di tre album in studio, gli Oh He Dead hanno costruito un repertorio che abbraccia i contrasti senza compromessi, passando con naturalezza dal soul-pop più rifinito alla scrittura grezza e emotivamente senza filtri. Ogni uscita svela una sfaccettatura diversa della loro identità, unita dalla presenza vocale senza paura di Johnson e dall’innegabile chimica del gruppo. Il quarto album in studio è previsto per il 2026.

Iñigo Quintero

Iñigo Quintero (A Coruña, Spagna, 2001). “El Sitio de Siempre non è un luogo; è un modo di appartenere”, recita il manifesto che accompagna il progetto. Con brani come Amor, El Pacto, Despedida ed El Tiempo Que Paso Contigo (con Besmaya), Iñigo esplora le relazioni umane, il passare del tempo e la certezza di ciò che è essenziale. Canzoni che uniscono l’intimità dell’acustico alla forza del collettivo, pezzi pensati per emozionare qualsiasi ascoltatore, da qualunque parte del mondo, indipendentemente dalla lingua, senza perdere radici né autenticità.

El Sitio de Siempre è il titolo scelto per il suo primo album. Quest’opera rappresenta la maturità di Iñigo come cantautore e la consolidazione del suo universo creativo.

Nato in Galizia, la sua terra, e proiettato verso l’universale, l’album ruota attorno all’idea di appartenenza, quel luogo quotidiano che diventa insieme rifugio e simbolo. Segna un passo definitivo nella sua carriera: dalla sensazione virale alla costruzione di una narrazione musicale organica, profonda e capace di superare confini e culture. Un artista nato da un fenomeno globale ma che ora si afferma come una delle voci più promettenti della sua generazione.

Il 24 ottobre 2023, Iñigo irrompe sulla scena musicale internazionale con un fenomeno inatteso: Si No Estás (oggi vicino al miliardo di stream), una canzone intima e minimalista che, contro ogni aspettativa, diventa un inno internazionale. Il brano raggiunge la vetta delle classifiche di streaming in Spagna e in tutta Europa, conquistando anche l’America Latina. Con milioni di ascolti, la canzone rende Quintero una delle voci spagnole più ascoltate al mondo nel 2023.

Quello che inizialmente poteva sembrare un successo virale isolato si trasforma presto nell’inizio di una carriera solida e ambiziosa. Iñigo compie un ulteriore passo pubblicando il suo primo EP, Es Solo Música (aprile 2024). In questo lavoro esplora nuovi suoni e consolida il suo stile: testi diretti, riconoscibili, che parlano alle emozioni quotidiane, e una produzione essenziale che mette in risalto ciò che conta davvero. L’EP lo porta in tour in Europa e America Latina, con concerti in club e festival dove dimostra che la sua musica risuona ben oltre l’eco di Si No Estás. Il resto del suo repertorio brilla di luce propria — celebrato e cantato con passione dai fan. Le canzoni dell’EP riflettono anche il seguito globale di milioni di ascoltatori e i numeri impressionanti che continuano a sostenere il fenomeno, insieme al brano virale.

Durante due anni di lavoro intenso, scrittura e crescita artistica, l’impatto del brano arrivato al #1 globale su Spotify trova ulteriore conferma con una nomination ai Latin Grammy 2024 come Miglior Artista Esordiente, una serie di partecipazioni a importanti festival (Rock in Rio, FIB, Sziget, ecc.) e un tour europeo di grande successo l’anno successivo. Il tour include date sold out in venue da oltre 1.000 persone in Germania, Francia, Portogallo e Belgio, oltre alla sua prima tournée in America Latina — con tappe in Messico, Brasile, Argentina, Cile e Perù — e una performance al LAMC di New York nell’estate 2025.

L’impegno, la costanza, la pazienza e la determinazione di un artista che vuole lasciare un segno duraturo hanno dato vita a un percorso costruito senza fretta né pressioni, guidato dalla libertà creativa, dal talento e da tutto ciò che definisce El Sitio de Siempre.

Enrico Terrinoni & Simone Caltabellota: James Joyce, Shane MacGowan e il Segreto dell’Universo

Letteratura e libertà è un viaggio nel cuore dell’immaginazione. Un racconto scenico che intreccia la vita e l’opera di due figure decisive della cultura irlandese – James Joyce e Shane MacGowan – rivelando l’inaspettato filo che li unisce: la convinzione che l’arte sia un atto di liberazione. Lo spettacolo indaga il momento in cui un essere umano diventa artista: quella ferita improvvisa che apre la vista interiore, quella scintilla da cui nasce tutto. Joyce la trova a Roma nel 1907; MacGowan la trova tra l’Irlanda rurale e la Londra punk. Le loro voci, lontane nel tempo, qui si incontrano e si riconoscono.

Tra parola, video, letture e suggestioni musicali, lo spettacolo porta in scena due forme di genio: quello rivoluzionario e visionario di Joyce, e quello feroce, poetico e popolare di MacGowan. Ne emerge un dialogo impossibile ma necessario, una “comunicazione spettrale” capace di far risuonare nel presente la voce dei morti, dei sogni e dei mondi che ancora non conosciamo.

Letteratura e libertà. James Joyce, Shane MacGowan e il Segreto dell’Universo è un attraversamento della notte. Una veglia accesa da parole, visioni e musiche che vengono da molto lontano, e che parlano ancora a chi le ascolta nel silenzio. È un viaggio in cui due anime – Joyce e MacGowan – tornano a camminare, non più separate dal tempo ma unite da un invisibile filo di memoria. Sul palco, il buio respira. Una bottiglia di whiskey, un libro aperto, due voci che oscillano tra racconto e incantamento. Le città – Roma, Dublino, Londra – non sono più luoghi ma porte: varchi attraverso cui passano le ferite che fanno nascere gli artisti, le scintille che illuminano un istante e poi per sempre la vita.

Joyce, con la sua neve che cade su tutti i vivi e tutti i morti. Shane, con le sue ballate sgangherate e bellissime, che profumano di pub, di notti insonni, di sogni che non temono la tempesta. Due mondi lontani che, a un certo punto, si riconoscono: entrambi cercano una lingua che non muore, una voce che resuscita ciò che sembrava perduto.

Lo spettacolo è un canto a due tempi: una discesa nell’immaginazione e una risalita verso la libertà. Un invito a guardare l’oscurità senza timore, perché è da lì che nasce la luce. Un modo per ricordarci che ciò che amiamo non scompare, ma continua a parlare in altre forme, altre voci, altri sogni.

E mentre la neve torna a cadere, lenta, silenziosa, l’Irlanda si ricopre di memoria. E noi, per un momento, diventiamo parte di quel bianco infinito.

Letteratura e libertà vuole offrire un’esperienza accessibile e profonda, capace di parlare a chi ama la poesia, la musica, la storia culturale, e a chi cerca nello spettacolo dal vivo un incontro emotivo e intellettuale. Non una lezione, ma un rito narrativo: un luogo in cui l’arte torna ad essere una possibilità di rinascita.

Sean Nicholas Savage

Un ritorno verso il pop quello del drammaturgo, regista e cantautore Sean Nicholas Savage, che con il suo nuovo album, The Knowing, uscito il 27 giugno 2025 per Born Losers Records e Mansions & Millions, ci consegna la sua più brillante serie di classic ballads fino ad oggi per quello considerato a tutti gli effetti un punto di svolta nella sua carriera: allo stesso tempo più sovversivo e più alla moda che mai.

A volte dobbiamo tornare alle origini per raccogliere un futuro nei terreni fertili del nostro passato

Nella primavera del 2024 Savage registrò la prima versione di “The Knowing” a Edmonton, in Canada. Nello stesso seminterrato in cui era cresciuto ascoltando dischi a tarda notte, con gli altoparlanti spenti e l’orecchio appoggiato alla puntina per evitare che nessuno si svegliasse. La canzone “Part 2” (con Better Person) fu scritta a proposito del West Edmonton Mall, vicino a dove Sean era cresciuto, che fino al 2004 era il centro commerciale più grande del mondo.

Sono solo un pezzo di un puzzle che crea un’immagine che non riesco mai a vedere” – Part 2

Quell’agosto fu prodotta la seconda e ultima versione del disco. Questa volta con il collaboratore di lunga data Pascal Chenard e il compagno di band Samuel Beaulieu a Londra, Inghilterra, città natale di Savage. Chenard produsse la musica per la versione live dell’opera musicale di Savage “Please Thrill Me” e per il film musicale “The Plumber“. Il brano di apertura dell’album, “Stranger Than Fiction“, è stato scritto in metropolitana e registrato durante la prima serata delle sessioni londinesi, che coincideva anche con il compleanno di Sean Nicholas Savage.

Siamo andati a Hammersmith, dove viveva la mia famiglia, e abbiamo visto la mia vecchia casa la mattina del mio compleanno. Quella notte sono iniziate alcune settimane frenetiche di scrittura e registrazione.

Sean Nicholas Savage ha coinvolto diversi altri collaboratori in questo disco. 

Il singolo principale, “Your Drug“, è un duetto riflessivo con Marci, compagna di etichetta della Arbutus Records, familiare eppure con una scarna essenzialità che gli permette di ricontestualizzare il suo tropo nostalgico. Il cantautore belga David Numwami suona la chitarra nei brani “Stranger Than Fiction” e “Wild Things” e l’artista JJ Weihl, alias Discovery Zone, ha contribuito alla scrittura di “Pink Bouquet“.

Ti amo ancora è un segreto che ho seppellito per sempre in un buco nel mondo dove un tempo c’era un essere umano” – Wild Things

Savage è al culmine della sua forma lirica in questo disco, e la dimostrazione è il testo della title track “The Knowing“, inizialmente pensato per dire il più possibile usando la parola “know”/”sapere” in ogni frase. All’inizio, Savage stesso non sapeva cosa stesse comunicando, finché, durante il processo, non finì per scrivere una poesia.

Di cosa parla The Knowing? Quasi tutto ciò che dico non lo so, anche se sono sicuro che chiunque ascolti attentamente la canzone capisca di cosa parla.”

Sapientemente inserita nella tracklist, c’è una tenera cover di “Lust For Life” di Iggy Pop, opportunamente strimpellata dolcemente sulla scia di “Good Riddance” dei Green Days. Sean Nicholas Savage ha collaborato con Lulannie per le foto della copertina dell’album, scattate mentre si recavano a una festa di Capodanno del 2025 a New York. La canzone “I Love Everything About You” parla della loro relazione.

Le tue foto poco lusinghiere sono quelle che apprezzo di più” – I Love Everything About You

Gli ultimi anni di produzione di Sean Nicholas Savage hanno visto tre musical, ognuno con musica originale: “Please Thrill Me”, “The Fear” e “The Plumber”, quest’ultimo trasformato in un film.

Gli ultimi due dischi di Savage, “Shine” e “Life Is Crazy“, ognuno progressivamente più intenso e introspettivo, sono capolavori a sé stanti.

Questa è la prima volta che Sean Nicholas Savage pubblica un album con un’etichetta diversa da quella di Montreal Arbutus Records (Marci, Das Beat). Un’altra novità è la pubblicazione del disco tra l’etichetta di Philadelphia Born Losers Records (Johnny Dynamite, Catherine Moan) e l’etichetta berlinese Mansions & Millions (Discovery Zone, Better Person).

Così dolce, è duro. Così cattivo, è bello. Così falso, è reale.

ma a volte la verità è più strana della finzione.”

 

Idles (Dj Set)

Stuzzi

Con la sua esplosiva miscela di disco dance, cumbia, house, funk e rave, il polistrumentista svedese Stuzzi, nome d’arte di Linus Hasselberg, è diventato una delle voci più distintive della club culture scandinava. Le sue produzioni sono pensate per il dancefloor, incentrate sul ritmo, imprevedibili e radicate in una gamma di suoni di portata globale, mentre i suoi spettacoli dal vivo, supportati da un cast di collaboratori a rotazione, lo hanno reso un punto di riferimento per club e festival in tutta Europa.

Stuzzi si è presentato al mondo con Le Fruit Disco (2022), affermandosi non solo come produttore, ma anche come promotore e animatore di una folta comunità nella scena dance. Fin dall’inizio, ha plasmato la sua musica attraverso numerose collaborazioni, invitando nel suo mondo cantanti, strumentisti e artisti di ogni genere per espandere il suo caos sonoro.

Nel 2023 ha continuato ad ampliare il suo universo di collaborazioni, creando un sodalizio in particolare con l’artista indie svedese Boko Yout per il brano ad alta energia “EFYO“, uno dei preferiti dai fan che ha mostrato la capacità di Stuzzi di fondere generi e culture in qualcosa di inconfondibilmente suo. Più tardi nello stesso anno pubblicò Le Fruit Disco II, che diede ulteriore impulso alla sua fama, portandolo a comparire in molte classifiche internazionali e nelle line-up di dei festival, tra cui un set gremito e sudato al Way Out West.

Lo stesso anno ricevette nomination per il premio P3 Guld’s Artist of the Future e un Grammy nella categoria Electro Dance, confermando la sua fama crescente nel panorama dance scandinavo.

Nel 2024 pubblicò The Lost Carnival Tapes, un’interpretazione elettronica ad alta intensità della musica carnevalesca, sviluppata insieme alla sua rete di collaboratori in continua espansione e supportata da un lungo tour in Polonia, Germania e Paesi Bassi.

Nel 2025 pubblica l’EP in due parti The Driving Towards the Sunset Tapes Pt I e Pt II, che fonde romantiche texture dance con campionamenti registrati durante i suoi viaggi nella giungla colombiana. In questo disco è presente una delle lineup di ospiti più estese fino ad oggi: le icone svedesi Amanda Bergman e Moonica Mac, insieme a Joshua Idehen, Diane Emerita e l’artista folk brasiliano Bruno Berle. Il singolo con Amanda Bergman gli è valso una nomination ai P3 Guld 2025 come ‘canzone dell’anno’, a dimostrazione di quanto la collaborazione con altri artisti sia una componente essenziale per l’identità musicale di Stuzzi.

Nel 2025 ha registrato il tutto esaurito in tre spettacoli al rinomato Fasching di Stoccolma e ha concluso la stagione con una serata da headliner al leggendario Trädgården della città. Con ogni nuovo progetto e performance, continua ad ampliare il suo posto nel panorama dance svedese, costruendo costantemente un corpus di opere e una reputazione dal vivo che risuonano sia a livello nazionale che europeo.

 

Satantango

I Satantango nascono nella provincia cremonese tra la nebbia e i prefabbricati. Il nome è un omaggio all’omonimo film ungherese del ‘94, che racconta il declino di un villaggio sperduto in una terra grigia, desolata e fangosa tanto simile alla loro. Il duo è composto da Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi, e nasce dall’esigenza di raccontare i sentimenti di una generazione unendo un suono sporco a una scrittura ricercata e immaginifica. Entrambi cresciuti immersi nella musica e nella creatività, negli ultimi anni hanno deciso di fondere le loro ispirazioni e passioni in un progetto musicale dall’approccio totalmente do it yourself, in cui scrivono, compongono e producono tutto da soli, in modo tanto istintivo e sincero nell’origine quanto poi pensato, elaborato e stratificato nella sua evoluzione. Tra atmosfere dark e alternative, passando per lo shoegaze e il progressive, i Satantango creano un ritratto lucido e romantico, drammatico e ironico, di una provincia dove la nostalgia è una zona di comfort, i cinema hanno chiuso e l’infanzia è sfumata insieme al mito dell’America degli anni ‘90. Anticipato da 9.11 e Permafrost, il 21 novembre 2025 esce Satantango, il loro primo album per Dischi Sotterranei e Sony Music Publishing.

Marco Giudici

Marco Giudici viene da Milano, è un classe ’91 e suona praticamente tutti gli strumenti.

Negli anni si è affermato anche come apprezzato produttore, lavorando con Generic Animal, Rares, Tobjah, Serena Altavilla, Marco Fracasia, Francesco Di Bella, Fine Before You Came.

Dopo vari progetti condivisi e altri moniker (da musicista di e con Any Other, a Halfalib), nel 2020 è uscito per 42 Records il primo LP a suo nome, Stupide Cose Di Enorme Importanza, un disco delicato, un concentrato di pop sognante e sospeso a cui è seguito l’anno successivo il brano Sette vite. Nel 2022 ha pubblicato l’ep Io cerco per sempre un bivio sicuro, il risultato di due sessioni di registrazione aperte al pubblico alla Casa degli Artisti di Milano, insieme ad Adele Altro e Alessandro Cau. Nel 2025 torna con il suo nuovo album Trovarsi soli all’improvviso, anticipato dai brani Trovarsi soli e Abitudini di Vita.

Nick León

Nick León è un produttore, DJ e musicista sperimentale di Miami. La sua è musica da club distopica che nasce dai campionamenti dei suoni raccolti dai diversi ecosistemi della Florida, con uno stile che senza paura ha avuto numerose variazioni nel corso tempo. Infatti, dopo aver iniziato a fare musica in giovane età nella scena rap Soundcloud nel sud della Florida, Nick si è avvicinato presto ai suoni latini provenienti da Porto Rico e dalla Colombia. Da allora, Nick ha pubblicato il suo acclamato EP Xtasis su TraTraTrax nel 2022, con la partecipazione di DJ Babatr e vantando la produzione di artisti che sfidano i generi come Rosalía, Tokischa e Oklou. La sua collaborazione con Erika De Casier, pubblicata su TraTraTrax nel 2024, “Bikini“, è stata acclamata come una delle migliori tracce dell’anno, se non la migliore, da testate come Pitchfork, The Guardian, Crack e Resident Advisor.

Il 27 luglio è uscito il suo primo album vero e proprio, sempre su TraTraTrax, intitolato “A Tropical Entropy”. L’album esplora temi come la psichedelia, la privazione del sonno, stati alterati di coscienza, memoria, decadenza, riferimenti socio-politici (anche ispirati al libro Miami di Joan Didion). È arricchito dalle collaborazioni con Ela Minus, Casey MQ, Erika de Casier, Xander Amahd, Jonny from Space, Esty, Mediopicky, Lavurn. 

Juni

JUNI, non sono io

“È un esperimento, una detonazione. Un progetto nato da una nausea per le forme, dal bisogno di esplorare. Orrore. Odio spiegarmi.

Le visioni spiegate muoiono.
juni è un edificio costruito d’errori, invisibile agli occhi, albergato da sogni, meraviglia, magia, un orgasmo mancato.

Prestigiatori. Sibille.
Il momento della festa in cui ero sola in bagno, mi sono riconosciuta allo specchio.
Che festa di merda. Che bel momento. Vibra di miti, creature e memorandum. juni è plurale, mostruoso.
È il tentativo di dare un suono a ciò che non posso dire.”

JUNI (Ilaria Formisano) è il nome che dà vita al suo nuovo progetto solista. Sta per june, il mese in cui ha preso vita il progetto oltre che il mese in cui è nata, ma anche per scanzonare wajuni (ragazzi in dialetto napoletano). Il nome gioca a riprendere il nomignolo che le hanno dato sin da ragazzina, ilariuni, e con cui verrà chiamata e conosciuta anche in contesti creativi.

ALTRE COLLABORAZIONI

Ilaria partecipa come lead vocalist al tour di Quando tutto diventò blu, la graphic novel cult di Alessandro Baronciani diventata concerto illustrato.

È in attivo la voce dei jingle/giornale orario di Rai Radio 2.

Coscrive la colonna sonora del film di Francesco Lettieri Lovely Boy e partecipa alle riprese del film.

Sports

Band originaria dell’Oklahoma gli Sports nascono dall’amicizia tra Christian Theriot e Cale Chronister, due musicisti che si sono conosciuti da bambini e hanno legato in modo quasi istintivo. Dopo aver raggiunto un enorme successo virale, hanno pubblicato tre album molto acclamati, ognuno dei quali ha saputo distillare il loro particolare elisir di indie pop. Con il nuovo disco, il duo è tornato alle origini: autoprodotto, autoregistrato e omonimo, è il suono di due persone legate da un incredibile affiatamento, che fanno musica che li emoziona.

Eroi di provincia pronti a conquistare il mondo, gli Sports attribuiscono la loro mentalità a Tulsa, la loro città natale. Lontani dalle luci di Los Angeles o New York, hanno dovuto lavorare duramente per lasciare il segno. «Le probabilità che ci incontrassimo, avessimo gli stessi interessi, formassimo una band e riuscissimo a trasformarlo in una carriera… è tipo, come è potuto accadere?» si meraviglia Christian.

Gli Sports hanno fatto centro al primo colpo: il loro singolo d’esordio “You Are The Right One” è diventato un inno generazionale dell’indie pop, con quasi 180 milioni di stream solo su Spotify. Il brano è ormai il loro marchio di fabbrica, preferito dai fan e anche una solida base economica. «Credo che quello che ci ha permesso di andare avanti è il fatto che non ci siamo mai fermati», spiega Cale. «Continuiamo a muoverci, a pubblicare musica.»

Dopo tre album realizzati con il produttore Chad Copelin, gli Sports hanno deciso di riprendere in mano le redini. Optando per l’autoproduzione, hanno trovato uno spazio nella loro Tulsa, trasformandolo nel loro studio personale. «Abbiamo sempre vissuto la stessa esperienza con tutti i nostri dischi,» racconta Christian, «dove il produttore ci teneva per mano. Ma questa volta volevamo una sfida diversa.»

Costruendo lo studio da zero, la band si è innamorata dell’erba sintetica di un campo sportivo locale — tanto da installarla come moquette. «Ne siamo letteralmente ossessionati!» ride Cale. «È fantastico entrare in uno studio e vedere dell’erba. Magari era finta, ma toccavamo l’erba ogni giorno!»

A dieci anni dal loro primo grande successo, il gruppo dell’Oklahoma ha trovato il modo di onorare il proprio passato guardando al futuro. «È surreale avere quel numero dieci associato alla band,» ride Christian. «È difficile realizzarlo… mi fa sentire vecchio, credo.»

Alla base di tutto resta l’amicizia tra Christian e Cale, e le possibilità infinite che continuano a trovare l’uno nell’altro. «Ci conosciamo dalle scuole medie,» riflette Cale, «e siamo ancora qui. Per me, è solo l’inizio.»

Orange Combutta

Orange Combutta più che una band sono un collettivo di musicisti. Guidati dalla direzione artistica di Giovanni Minguzzi (compositore) e Mattia Dallara (produttore), potrebbero apparire in svariate forme e formazioni, in cinque, in dieci, qualcuno dice addirittura in cento.

Soprattutto, Orange Combutta suonano una musica che vive di un paradosso bellissimo, uno di quelli che solitamente ci fanno innamorare e che anche questa volta ha catturato la nostra attenzione: ha dei riferimenti chiari, ma proprio per questo diventa indefinibile. Qualcuno direbbe new jazz ma non basterebbe, perché arricchito dall’universo delle library e delle colonne sonore, dallo sperimentalismo e dal soul, dal r’n’b fino a qualche suggestione hip hop.

Un caleidoscopio di suoni e ritmi a cui è impossibile resistere.

Wavves

In supporto al nuovo album Spun e con una carica live rinnovata, i Wavves porteranno sul palco il loro sound energico, tra punk, surf rock e melodie alt-pop.

Fin dagli esordi nel 2008, i Wavves hanno incarnato lo spirito più irriverente e spontaneo della scena indie americana. Partiti come progetto casalingo di Williams, con registrazioni lo-fi che hanno subito attirato l’attenzione di blog e fanzine, si sono imposti con l’album King of the Beach del 2010, un vero manifesto generazionale che univa punk abrasivo, surf rock e melodie contagiose.

Da allora la band non si è più fermata, pubblicando dischi come Afraid of Heights (2013), V (2015) e Hideaway (2021), ognuno dei quali ha segnato un’evoluzione sonora senza mai tradire l’attitudine caotica e libera che li caratterizza. I Wavves hanno calcato i palchi dei più importanti festival internazionali, dal Coachella al Primavera Sound, e conquistato una fanbase affezionata grazie a concerti che sono pura scarica di energia: diretti, rumorosi, trascinanti.

Il 2025 segna il ritorno discografico della band con Spun, in uscita il 6 giugno. Anticipato dal singolo “Goner”, prodotto da Travis Barker, batterista dei Blink-182, il disco rappresenta una nuova fase creativa per Williams e compagni: brani che uniscono l’immediatezza punk a un songwriting più maturo, senza perdere il carattere disordinato e luminoso che ha reso i Wavves una voce unica della scena alternativa.

I concerti italiani saranno l’occasione per ascoltare per la prima volta dal vivo i brani di Spun insieme ai grandi classici del repertorio.

Lael Neale

Il pop minimale e ipnotico di Lael Neale nasce dall’influenza dei Trascendentalisti americani, dal senso di alienazione della vita contemporanea e da un mosaico di riferimenti musicali che spaziano da Dionne Warwick e John Lennon al gospel primitivo statunitense fino agli Spacemen 3.

Il nuovo album Altogether Stranger, in arrivo il 2 maggio, è stato scritto e registrato nelle prime ore del mattino, nella quiete di Los Angeles. In soli 32 minuti e 9 brani, il disco attraversa territori sonori e lirici sorprendentemente diversi: dalle filastrocche garage rock ai miti della creazione, dalle pulsazioni motorik alle meditazioni solitarie sull’Omnichord.

Autrice di testi brillanti, Neale ha il raro talento di trovare lo straordinario nell’ordinario, affrontando temi ricorrenti di polarità: città e campagna, umanità e tecnologia, isolamento e società. Questo è il suo terzo lavoro con il produttore Guy Blakeslee, che amplia la tavolozza sonora senza snaturare l’immediatezza ruvida e l’intimità artigianale delle registrazioni casalinghe.

Nella sua newsletter Consensual Sound, Neale riflette sul proprio approccio lo-fi e D.I.Y.:
«Amo fare le cose nel modo “sbagliato”. Nella vita capita raramente di poterselo permettere. Anche gli artisti, col tempo, finiscono per uniformarsi. Lo faccio anch’io: altrimenti come potremmo adattarci a formati, font e waveform delle piattaforme di streaming? Io mi ribello in piccoli modi, come rifiutarmi di seguire una ricetta. Alla fine, però, sono come tutti: anch’io voglio appartenere a qualcosa».

Altogether Stranger prende forma dopo tre anni trascorsi oscillando tra solitudine rurale e caos urbano. Neale racconta:
«Tornando a Los Angeles mi sono sentita come un’extraterrestre atterrata su un pianeta distopico. Ho scritto dal punto di vista di un essere venuto da un altro mondo che osserva le stranezze dell’umanità».

L’album è stato composto in un bungalow sulle colline, affacciato su una rara curva di Sunset Boulevard. Qui, tra scrittura, canto e pittura—quella che David Lynch chiamava “the Art Life”—Neale ha trovato lo spazio per la sua opera più audace. Il brano centrale, Tell Me How to Be Here, restituisce in maniera struggente il suo ritorno a Los Angeles: un ritratto sospeso tra inquietudine e sogno febbrile, che richiama i Velvet Underground con i rintocchi lontani di Sunday Morning. La voce cristallina di Neale galleggia sulle trame ambientali di Blakeslee, tra loop su nastro e un Mellotron che sembra disfarsi, evocando lo spaesamento di chi si risveglia in un mondo così ordinario da sembrare straniante.

Originaria della campagna della Virginia, Neale ha portato con sé il “suono solitario delle montagne” quando si è trasferita in California per inseguire la musica. Dopo anni di canzoni alla chitarra e concerti nei piccoli club di Los Angeles, nel 2019 ha scoperto l’Omnichord, strumento che ha aperto una nuova fase creativa. Insieme a Blakeslee ha registrato su un 4-track a cassette una raccolta di brani grezzi, spediti poi a Sub Pop nel marzo 2020. Da lì è nato Acquainted With Night (2021), accolto con entusiasmo in piena pandemia. Con Star Eaters Delight (2023), la collaborazione con Blakeslee si è intensificata, dando vita a paesaggi sonori minimali attraversati da un’energia elettrica. Il tour successivo ha registrato sold out a Los Angeles, New York, Londra e Parigi, vari passaggi in Europa e una tournée sulla West Coast al fianco di Weyes Blood.

In Altogether Stranger, Los Angeles non è soltanto lo sfondo, ma un vero personaggio. Il film che accompagna il disco—girato con la fedele Sony Handycam della cantautrice—prosegue la sua serie di videoclip autoprodotti, raccontando la storia di un’aliena intrappolata in un abito di specchi, costretta a vagare sulla Terra. Tra le strade della Los Angeles contemporanea, Neale ne svela al tempo stesso l’assurdità e la bellezza fragile.

«Durante la scrittura del disco c’era un brano che non sono mai riuscita a finire. Il ritornello diceva: “Non appartengo a questo posto, sono una straniera assoluta”. Usavo “stranger” come sostantivo, non come aggettivo. Anche se ho abbandonato la canzone, quel ritornello perduto è rimasto con me, diventando il motivo silenzioso dell’album», racconta.

Nel lungo anno necessario per dare forma a Altogether Stranger, Neale ha oscillato tra un’ingenuità infantile e una malinconia esistenziale. Forse non è riuscita a riconciliare questi opposti, ma proprio in questo sforzo ha trovato la chiave per il suo lavoro più ambizioso e radicale.

Judeline

Judeline è un talento visionario pronta a ridefinire il panorama musicale globale. Originaria della vibrante regione di Caños de Meca (Andalusia, Spagna), questa cantautrice ventiduenne incarna l’essenza della musica del futuro. La sua visione, profondamente radicata nel patrimonio locale ma capace di un richiamo universale, dà vita a un suono che trascende i generi, fondendo pop ed elettronica con influenze tradizionali e conquistando pubblici in tutto il mondo.

Il suo album di debutto Bodhiria (Interscope, 2024) è stato realizzato insieme ai collaboratori di lunga data Tuiste e Mayo, con il contributo di Rusowsky, Drummie, Ralphie Choo e Rob Bisel (SZA, Tate McRae). Bodhiria ha ottenuto il plauso unanime della stampa internazionale (Pitchfork, Rolling Stone, The Fader, Billboard, The New York Times, NPR, Variety, Remezcla, tra gli altri) e l’abbraccio dei fan, superando gli 80 milioni di stream complessivi sulle piattaforme digitali. Judeline è stata inoltre riconosciuta come il futuro della musica europea grazie ai due premi ricevuti agli MME (MME Award e Public Choice Award) all’ESNS 2025.

Nel 2023 è stata la prima artista spagnola protagonista della campagna Spotify Singles, con le sue versioni di La Tortura e Soy El Único. Nel 2024 è stata nominata VEVO DSCVR Artist to Watch, e di recente ha pubblicato una session per COLORS con una nuova versione della sua hit BRUJERIA!

Dopo aver partecipato al tour europeo negli stadi di J Balvin, ha inaugurato il tour di Bodhiria con oltre 15 date sold out in tutta la Spagna. Ha debuttato negli Stati Uniti al Coachella Valley Music & Arts Festival e si è esibita anche in festival internazionali come Primavera Sound (Spagna), We Love Green (Francia) e Dour Festival (Belgio), tra gli altri.

C’è chi dice che siano il tempo e la tradizione a dettare le regole. Ma Judeline ha tutte le carte in regola per guidare lei stessa la nuova generazione.