Gli ultimi anni hanno rappresentato una fase di profonda trasformazione per Nate Amos. Tra i dischi della consacrazione pubblicati sia come solista, sotto il nome This Is Lorelei, sia con la sua band Water From Your Eyes, i concerti sold out in diversi continenti e le reinterpretazioni dei suoi brani da parte di alcuni degli artisti più influenti della scena contemporanea, il cantautore sembra aver finalmente trovato la propria dimensione.
Primo album di This Is Lorelei per Matador Records, The Singer in My Band, fuori l’11 settembre 2026 e anticipato dai singoli “Oh Now How My” e “ Billy Came Back”, riprende le fondamenta del Great American Songbook e ne ricompone gli elementi in forme nuove: al tempo stesso stranamente familiari e piacevolmente oblique, coerenti all’inconfondibile stile di Amos.
Scritto durante i tour mondiali a supporto delle pubblicazioni di entrambi i suoi progetti, The Singer in My Band è il primo vero e proprio “album di viaggio” della discografia di Amos. «Le idee hanno iniziato a prendere forma mentre fantasticavo in macchina, senza avere a disposizione alcuno strumento», racconta. «Invece di nascere a casa, scrivendo alla chitarra o al computer, si sono sviluppate lentamente e in modo inconscio, come qualcosa di intangibile che esisteva mentre guardavo fuori dal finestrino del van».
Con Box for Buddy, Box for Star del 2024, Amos aveva realizzato il suo primo tentativo di scrivere intenzionalmente un album solista nella sua interezza. Il disco affrontava la sobrietà appena conquistata attraverso un gioco itinerante e ironico di maschere musicali, filtrate dalla sua visione libera da qualsiasi vincolo di genere. Accolto con entusiasmo dalla critica e cresciuto grazie al passaparola, l’album ha dato vita anche a un’edizione deluxe, arricchita da cover e collaborazioni con MJ Lenderman, Hayley Williams, Jeff Tweedy, Cameron Winter e molti altri.
The Singer in My Band ha preso forma nello stesso appartamento in cui Amos ha prodotto gran parte della sua musica, per poi essere completato nella casa dei suoi genitori a St. Johnsbury, nel Vermont. Amos ha curato registrazione e produzione, oltre a suonare tutti gli strumenti, con poche eccezioni: l’incendiario assolo di banjo nella title track, affidato al padre Bob Amos, musicista bluegrass, e alcuni interventi vocali della sorella Sarah Amos e della compagna Al Nardo.
«Sono tre persone che hanno avuto un’influenza fondamentale su ciò che questo album è diventato, e già mentre scrivevo i brani avevo in mente il modo in cui avrebbero potuto contribuire», spiega.
Nel disco emerge un’essenzialità stilistica inedita nella discografia di This Is Lorelei, che rimanda alle prime esperienze di Amos con la scrittura e alla sua venerazione di lunga data per il bluegrass. «Per me è la forma più essenziale della musica», afferma, precisando però che l’influenza riguarda più un insieme di principi che un suono specifico. «Nel bluegrass c’è una semplicità fondata su regole molto precise e su confini ben definiti: le canzoni devono reggersi da sole, attraverso la melodia, i testi e la progressione degli accordi».
Ispirato alla produzione materica e organica di Gordon Lightfoot, l’album alterna strutture scarne e arrangiamenti stratificati. Brani come “Billy Came Back” e “The Kid With the Crown” presentano cori ricchi e avvolgenti, resi ancora più efficaci da strofe volutamente spartane. Le armonie vocali frammentate e glitch di “Oh No Now My” sembrano provenire da un futuro lontano, catturate per un istante da apparecchiature in via di disfacimento: è il momento più apertamente anthemico del disco, secondo soltanto al climax cinematografico di “Hey Sarah Is It Gonna Rain Forever”.
Joey, Billy, Genevieve, Sarah e l’onnipresente Buddy compongono un cast corale degno di Robert Altman, popolando le storie dell’album tra paesaggi e luoghi inequivocabilmente americani. Come narratori, però, non sono particolarmente affidabili. Si muovono tra racconti improbabili ed esperienze caotiche, allo stesso tempo stranamente precise e leggermente sfocate, rispecchiando ciò che Amos ha vissuto negli ultimi anni.
«È curioso: quando ho mandato l’album a mio padre, dopo averlo finito, mi ha detto che gli sembrava una specie di disco “beatnik on the road”. Questa definizione mi ha fatto vedere tutto da una prospettiva diversa», racconta Amos. «In effetti è proprio una raccolta di esperienze caotiche vissute durante i viaggi. Ma sono anche piccoli racconti di finzione che contengono elementi di verità».
Per molti anni il progetto This Is Lorelei è stato conosciuto soltanto da una ristretta comunità creativa di Chicago, dove Amos si era trasferito poco più che ventenne. Qui ha prodotto centinaia di album ed EP, tracciando le coordinate di entrambi i suoi prolifici progetti prima di stabilirsi a New York.
Da allora si è affermato come un autore e musicista poliedrico dalla creatività inesauribile, capace di passare con la stessa naturalezza da hook sentimentali e vissuti a un art pop abbagliante e imprevedibile. Quelle di The Singer in My Band sono canzoni che raccontano la scrittura musicale come scelta di vita — disordinata, logorante, trascendente — firmate da uno dei più talentuosi interpreti contemporanei della forma canzone.
