Will Paquin

    Will Paquin

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    Will Paquin ha sempre scritto in solitudine: le sue canzoni nascevano a porte chiuse, tra stanze da letto, dormitori e sedili posteriori. Anche dopo il boom virale di Chandelier nel 2020 — un brano stralunato tra pop e glitch diventato disco d’oro — ha preferito rimanere defilato, pubblicando sporadicamente qualche singolo e due EP. “A volte tengo le cose segrete solo per sentirle davvero mie”, racconta.

    Ma Hahaha — il suo primo album, in uscita a settembre e ancora una volta completamente autoprodotto — è il suono di una porta che si spalanca. È rumoroso, grezzo, caotico, vivo. E il pezzo omonimo ne è la dimostrazione perfetta: Hahaha è un’esplosione di energia, pensata per incendiare la folla fin dal primo accordo. “Volevo una canzone da urlare, che potesse essermi urlata di rimando”, dice Paquin.

    Questa transizione dalla solitudine alla condivisione attraversa tutto il disco. Molti brani sono nati durante un tour, nel pieno di una rottura sentimentale: malinconia e bisogno di connessione si mescolano all’adrenalina del palco e al calore del pubblico. “Ero circondato da musica dal vivo, da suoni forti — e c’è anche quell’energia lì. È come ridere mentre stai per piangere. Un ‘hahaha’ sarcastico con le lacrime agli occhi”.

    Il disco è pieno di questa ambiguità emotiva. Si parte con We Really Done It This Time, un rock dritto e ansioso che sembra l’inizio di un attacco di panico. “Mi sentivo perso, senza sapere a chi dare la colpa”, racconta riferendosi alla fine della relazione. Poi arriva Orangutan, più leggero e surreale: “Ho fatto un sogno assurdo con un orangotango, e l’ho usato come metafora della relazione che se ne va via, che ondeggia lontano — e a cui non puoi fare altro che augurare il meglio”.

    Con Roll the Dice i toni si fanno più asciutti e tesi: è una sorta di resa dei conti con i propri errori. I Work So Hard, invece, è un pezzo iniziato addirittura alle medie, ispirato alle sue prime passioni per la psichedelia rock, che oggi rivive in una nuova veste. “È come quando esci da una storia e ti butti a capofitto sul lavoro per migliorarti. Modalità grind attiva.”

    Un altro brano dalle origini lontane è Our World Is Falling Apart. “Avevo già lo scheletro, ma mi mancavano la maturità e le competenze per finirlo. Ora sì.” E proprio per questo è il finale perfetto: dimostra che anche le idee più vecchie possono trovare nuova vita, se si è pronti a lasciarle andare.

    Molto dell’album ha proprio questo sapore: come se fosse un archivio sonoro personale, una capsula del tempo. Per costruirlo, Paquin è tornato alle sue prime influenze: le melodie stratificate dei Beatles, l’urgenza ruvida di Thee Oh Sees e Ty Segall. In studio, queste radici si sono intrecciate con le sperimentazioni più recenti: ascolti ossessivi di The Magic dei Deerhoof, l’approccio radicale dei Can, la psichedelia pop di Transmissions from the Satellite Heart dei Flaming Lips.

    Il risultato? Un disco che non si limita a citare il passato, ma lo riattiva, lo rianima. Vecchie ossessioni e nuove scoperte si fondono in un suono tutto suo.

    Per la prima volta, i riferimenti sparsi trovano coerenza, guidati dalla sua nuova consapevolezza. “Questo album è un modo per ritrovare il centro, per capire davvero cosa mi piace e cosa voglio far uscire nel mondo.”

    Sempre indipendente, libero da etichette e vincoli, Paquin si è preso il pieno controllo creativo. Ha prodotto il disco insieme all’amico di sempre William Levin. Il mix è firmato da Nathan Boddy (James Blake, Geordie Greep, Nilufer Yanya), il mastering da Mike Bozzi (Kendrick Lamar, SZA, Tyler, the Creator).

    Hahaha è una celebrazione dell’energia condivisa, del caos, di quella risata che esplode solo quando sei vivo e presente, anche se un po’ a pezzi. È rock viscerale e psichedelico, nato per essere suonato a volume altissimo. Quelle porte chiuse sono ormai spalancate.