Geordie Greep è una delle figure più singolari, imprevedibili e magnetiche emerse dalla scena musicale britannica contemporanea. Conosciuto come voce, chitarrista e mente creativa dei black midi, Greep ha costruito negli anni un linguaggio musicale immediatamente riconoscibile: virtuosismo febbrile, ironia tagliente, teatralità, improvvise deviazioni stilistiche e una costante tensione tra controllo formale e caos espressivo.
Con The New Sound, il suo album di debutto solista, Greep apre un nuovo capitolo della propria traiettoria artistica. È un disco che suona come una dichiarazione di libertà: libero dalle dinamiche di una band, libero da aspettative di genere, libero di spingersi verso territori musicali eccentrici, esuberanti e profondamente personali. Come racconta lo stesso Greep, realizzare The New Sound è stata la prima occasione in cui non ha dovuto “rispondere a nessuno”. Dopo l’esperienza con i black midi, dove la sensazione era spesso quella di poter fare qualsiasi cosa, l’artista ha sentito il bisogno di cambiare prospettiva, lasciare andare alcune strutture e permettersi un gesto creativo ancora più istintivo e radicale.
Il risultato è un album che mescola alternative pop, jazz-funk, art rock, big band latino, cabaret, prog, musica da musical e songwriting teatrale, muovendosi con naturalezza tra il ridicolo e il sublime. The New Sound è un’opera iperattiva e ricchissima, capace di evocare in egual misura Frank Zappa, Frank Sinatra e Scott Walker, ma anche di restare saldamente ancorata alla sensibilità contemporanea di Greep: nervosa, brillante, grottesca, lucidissima.
La genesi del disco è già di per sé parte del suo fascino. Più di trenta musicisti di sessione sono stati coinvolti nelle registrazioni, realizzate tra due continenti. Una parte consistente dell’album è stata incisa in Brasile, con musicisti locali riuniti quasi all’ultimo minuto, molti dei quali non avevano mai ascoltato nulla del lavoro precedente di Greep. A guidarli c’erano soltanto i demo, l’energia delle idee e un approccio volutamente immediato: molte tracce sono state registrate in uno o due giorni, conservando così una qualità viva, istintiva, quasi performativa.
Musicalmente, The New Sound è un disco in continuo movimento. I brani esplodono, rallentano, cambiano pelle, passano dal sussurro all’urlo, dall’eleganza orchestrale alla frenesia ritmica. La title track strumentale è una corsa jazz-funk piena di fiati, wah-wah, linee di basso elastiche, cori e poliritmie, come se la sigla di una serie televisiva, l’ouverture di un musical di Broadway e una jam session surreale si fossero fuse in un unico gesto teatrale.
Al centro dell’album c’è la voce narrativa di Greep, insieme emcee, direttore d’orchestra e disturbatore. Le sue canzoni si popolano di personaggi ambigui, disperati, vanitosi, convinti di avere il controllo mentre tutto intorno a loro collassa. Il tema principale, secondo Greep, è proprio la disperazione: quella di chi si racconta una versione grandiosa di sé, pur sapendo (o fingendo di non sapere) che la realtà è ben diversa.
Le storie di The New Sound formano una galleria di fantasie maschili, fallimenti, deliri erotici, scenari grotteschi e derive tragicomiche. Tra cannibalismo, rituali assurdi, donne che partoriscono capre, cosplay militari, trionfi socio-economici immaginari e appuntamenti notturni destinati a sgretolarsi, Greep costruisce un mondo popolato da bar, caffè, stanze in affitto, cabaret, musei strani e nightclub. È una città mentale dove la parodia e il sermone si confondono continuamente, e dove ogni personaggio sembra recitare una parte troppo grande per sé.
Il singolo “Holy Holy” incarna perfettamente questa tensione: una fantasia romantica urbana ambientata in un nightclub, sostenuta da accordi indie anni Duemila e da arrangiamenti latini da big band, fino a un attacco simultaneo di tre pianoforti. È seduzione, commedia, eccesso e autoritratto deformato, tutto nello stesso momento.
Con The New Sound, Geordie Greep dimostra che la musica può ancora essere un luogo di trasformazione assoluta: non solo esercizio di stile, non solo tecnica, non solo provocazione, ma un campo aperto in cui tutto può accadere. La sua idea per il futuro sembra confermarlo: cambiare musicisti, cambiare luoghi, cambiare metodo, “fare una cosa alla Keith Jarrett” e accettare che niente potrà mai essere replicato allo stesso modo.
Ed è proprio questa la forza di Greep: l’impossibilità di fissarlo in una forma definitiva. Ogni sua nuova mossa sembra suggerire che il suono, per restare vivo, debba continuamente sfuggire a se stesso.
