Laura Stevenson

    Laura Stevenson

    Laura Stevenson

    CONCERTI

    Laura Stevenson arriva a Milano per la sua unica data italiana, in programma il 20 ottobre all’Arci Bellezza, portando dal vivo Late Great, l’album pubblicato il 27 giugno 2025: un lavoro che segna un nuovo capitolo artistico e personale per una delle songwriter più intense e riconoscibili della scena indipendente americana, oggi pubblicato per la prima volta da Really Records, l’etichetta dell’amico e collaboratore di lunga data Jeff Rosenstock.

    Nel raccontare Late Great, Stevenson mette al centro un’idea molto precisa: la musica come spazio a cui tornare per curarsi, rimettere ordine e attraversare il dolore. Il disco nasce infatti mentre l’artista è impegnata in un percorso avanzato di musicoterapia, e prende forma come un vero ritorno al rapporto più intimo e necessario con la scrittura. Per la prima volta, Laura affronta in modo così esplicito il terreno accidentato del cuore spezzato, trasformando l’album in un gesto di elaborazione, ricostruzione e riconnessione con sé stessa.

    Nei quattro anni successivi all’uscita del suo album omonimo del 2021, la sua vita è cambiata radicalmente: la maternità vissuta negli anni della pandemia, una separazione dolorosa, l’ingresso di nuovi amori e la necessità di ridefinire da zero la propria traiettoria. Late Great nasce esattamente da lì: dal lasciar andare, dal riprendersi il controllo, dal ricostruire la propria identità partendo dagli strati più profondi. È un disco attraversato dalla perdita, ma anche dall’energia di una soglia nuova, dalla sensazione di trovarsi finalmente davanti a una vita scelta in prima persona. In questo senso, la pubblicazione su Really Records ha anche un valore simbolico forte: Rosenstock stesso ha descritto il songwriting di Stevenson come capace di arrivare dritto al cuore, e in questo album ancora più vulnerabile, universale e tagliente del solito.

    L’album è stato prodotto e mixato da John Agnello e registrato dal vivo con la band al The Building di Marlboro, New York, una ex chiesa che in passato ha ospitato concerti con formula a contributo libero: un luogo perfetto per un’artista cresciuta dentro un immaginario DIY e punk. È anche uno spazio carico di memoria personale: lì Stevenson aveva registrato il disco precedente quando era incinta di cinque mesi, e lì aveva sentito per la prima volta la figlia muoversi mentre riascoltava delle take vocali dalla control room. Dopo le sessioni live, Laura ha poi lavorato per mesi ai brani da casa, stratificando le composizioni con un numero enorme di chitarre, imparando persino a suonare il basso per costruire vere e proprie architetture di bassi, e aggiungendo percussioni e sintetizzatori fino a consegnare ad Agnello decine di tracce extra per ogni canzone.

    Accanto a lei, in Late Great, compare una costellazione di collaboratori di primo piano: Sammi Niss, sua storica batterista e membro dei Real Estate, James Richardson tra basso e chitarre, Shawn Alpay al violoncello, Kayleigh Goldsworthy agli archi, Chris Farren ai synth, Kelly Pratt ai fiati, Mike Brenner alla pedal steel e naturalmente Jeff Rosenstock, presente con piano, chitarra, sax e arrangiamenti. Il risultato è un suono largo, caldo, stratificato e insieme bruciante, capace di unire impeto rock, tensione emotiva, slanci melodici e aperture quasi cinematiche.

    Questa ampiezza sonora attraversa tutto il disco. “Honey” parte da un immaginario che guarda tanto al songwriting americano classico quanto a una forma di dream-pop/shoegaze sempre più densa, fino a diventare una nuvola di chitarre luminose e voci sovrapposte. “Not Us” racconta la vertigine di una coppia che osserva le rotture degli altri convinta di esserne immune, salvo scoprire di essere la prossima a cedere. In “Middle Love” la fine passa invece da un’immagine minima e devastante: due documenti appoggiati sul tavolo di un notaio, un gesto burocratico che sancisce la dissoluzione di un “noi”. “I Couldn’t Sleep” mette in scena la tensione febbrile dell’aprirsi di nuovo a qualcuno, e il sollievo quasi spiazzante nel vedere la fantasia ridimensionarsi nella realtà. “Short and Sweet” cattura invece l’instabilità di un nuovo coinvolgimento sentimentale, leggero solo in apparenza, fragile come qualcosa che non si vuole stringere troppo per paura di romperlo o perderlo.

    Fuori dallo studio e dal palco, Laura Stevenson continua a muoversi tra più vite insieme: oltre al lavoro di musicista, frequenta corsi serali di musicoterapia, sta completando 1.500 ore di tirocinio e cresce una figlia piccola ma già fortissima nei gusti, sospesa — come racconta lei stessa — tra immaginari da principessa e amore per i Black Sabbath. È una pluralità di ruoli che si riflette perfettamente anche in Late Great: un disco maturo, pieno di contraddizioni vive, ferite aperte, lucidità, ironia e forza ritrovata. Dal vivo, tutto questo si traduce in canzoni che sanno essere intime e travolgenti allo stesso tempo.